Il tempio del bosco

 

Seme di faggio

Seme di faggio

Entrare in un bosco di faggi è come entrare in una casa dalla volta altissima, verde in estate e grigia smorta col freddo, dopo esser passata per gli splendori d’autunno, brillanti a chiamare la neve per il sonno d’inverno. Una casa popolata da abitanti speciali, perché non parlano ma vedono e sentono e competono col tempo nel reggere lo scorrere lento dei giorni.
Dai più piccoli ai più grandi, passando per i mezzani, ogni faggio ha un volto, diverso da quello vicino, scolpito dalla ventura, dalla sorte e dal tempo soltanto, e non ne esistono due di uguali. Come gli umani.
Tutto comincia in autunno da un seme a triangolo, simile a un’avvizzita castagna, racchiuso assieme a un paio di fratelli in un riccio di spine senza pretese.
La primavera che segue, vede sbocciare dal seme uno stelo con due foglioline infantili che nulla hanno di faggio; poi, mentre l’esile gambo s’allunga e indurisce a diventare legno, al tempo dei primi funghi, le foglie bambine ingialliscono, e sul fusticino legnoso ecco le foglie vere, a sembianza di faggio, fare mostra di se e salutare la volta lontana nel cielo dei fratelli più vecchi.
Non è subito bosco.
Occorrono migliaia di giorni, ai faggi, milioni di minuti, infiniti soli e infinite lune per diventare belli; occorrono secoli, pazienza e perizia per aver ragione di mille ostacoli, inviati a renderli forti; quei giganti muti, se avessero voce potrebbero narrare meraviglie preziose, ignote all’uomo che corre spesso per nulla.
Un bosco di faggi, ma pure di pini o di querce, non è un bosco soltanto, da recidere con mani rapaci per farne energia, impura, e denaro. È casa e pure tempio, luogo di pazienza e sapienza, per pensare, onorare la vita e riflettere sull’inutile corsa impazzita contro il tempo, che solo è vincente e non si vede come possa esser perdente.

Faggi nati da poco

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