Un giorno nel tempo passato

Senza cercarlo, senza saperlo, senza capirlo, ho vissuto un giorno di ieri. Un giorno nel tempo passato.
Alla Cleo da Munt, villaggio incantato.

La mulattiera che conduce alla Cleo da Munt non è lunga, ma ripida come una gradinata. Spacca le gambe, toglie il fiato e spegne i pensieri. Le orecchie soltanto rimangono vive, per porgerti la musica dei passi tra le foglie, e l’olfatto, a offrirti aromi di muschi e di funghi dimenticati. Passo dopo passo, pietra dopo pietra sali e ti chiedi dov’è, quel luogo che cerchi. Perché il cuore ti ha detto di andarci. Intanto comprendi che per quel sentiero non passa quasi mai nessuno. Tanto meno nel silenzio d’autunno, rotto soltanto dal campanellino del picchio nero che canta, mentre il mondo sonnecchia avvolto in una lieve coperta a colori, smorti, perché non c’è sole a brillarli; preludio, quella coperta, di quella pesante che verrà con la neve.

Le case appaiono come fantasmi all’improvviso tra gli alberi, e le vedi quando ormai sei loro addosso, perché hanno il colore della terra, quelle pietre messe su a muro, senza intonaco alcuno. Poca calce, pochi metalli e qualche vetro soltanto in quel luogo, dove tutto è legno e pietra, vestita di muschio.
Le case aperte, mostrano com’era quel mondo, i suoi oggetti, la sua vita e le sue pene. È un salto indietro nel tempo quello che compio visitando quel luogo, pellegrino di casa in casa a vedere e capire.
Per ricordare, quando tornerò dove regnano i metalli e il cemento.

Tanti letti, tante stufe, secchi, mastelli, madie e altre povere cose, fatte di legno, sedie e sgabelli. Posate e bottiglie, e scarpe, da festa e scarponi. Attrezzi. Quanto faceva un villaggio, grande, di case rette e fiere e belle.

Da una porta aperta ma non scardinata scorgo una scena speciale; un tavolo con sopra un fiasco e due piatti, una scodella e un bicchiere di latta; un altro bicchiere è di vetro. Tutti segnati dal tempo. Messi lì in ordine, e non c’è polvere sulle assi di legno; come se gli abitanti si fossero assentati un istante soltanto, senza chiudere la porta, perché nessuno prende ciò che non è suo rubando.
Ai lati della finestra due scarpe mi osservano serie, mentre la stufa è silente perché forse è troppo stanca.
Non so se sogno o son desto e se quella è una casa o un museo per toccare il cuore a chi passa, per dirgli che anche lui, forse, arriva di lì.

Esco in punta di piedi da quella soglia. Chiudo la porta e la fermo col filo di ferro, che le pende da un lato, a un chiodo infisso tra le pietre del muro.
Doveva essere così prima che qualcuno strappasse quel filo, che ora è corto, ma regge. Qualcuno entrato per razziare. Ma non c’è nulla da prendere, in quella casa, soltanto da guardare.
Forse quelle semplici cose hanno sciolto un cuore, che mai più avrebbe pensato di poter esser toccato.

Torno al mio mondo, di metalli e cemento, dove è obbligo saper sempre sprecare.
Ma da oggi, bellissimi negli occhi e nel cuore, nei momenti tristi avrò a farmi compagnia un fiasco e due piatti, una scodella e un bicchiere di latta; un altro di vetro.

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