La ‘Pissera’

Frutti di pissera sulle foglie verdi

Frutti di pissera sulle foglie verdi

I miei vecchi la chiamavano pissera, femminile. Un albero che non cresce tanto alto, ma in fretta, ha quindi legno molle e vale perciò poco come combustibile. Queste in sintesi le caratteristiche della pissera per la mia gente, che provava spesso la fame e che valutava tutto per il suo valore pratico. L’eterno binomio buono – non buono.
Mio padre, che era di una generazione più giovane, e per molti versi diverso, nello spiegarmi cosa fosse la pissera aveva messo davanti a tutto il fatto che alla fine dell’estate , mantenendoli per tutto l’inverno, si copre letteralmente di frutti rosso vivo, bellissimi.
Nessuno mi disse mai che il suo nome italiano è sorbo degli uccellatori e tanto meno che quello scientifico è Sorbus aucuparia, bruttissimo per altro.
Perché questi nomi si apprendono dai libri, e per i miei vecchi i libri erano cose dei preti e per mio padre da biblioteca, che lui frequentava, ma per altri argomenti. E poi che importanza ha sapere il nome italiano, quando si conosce quello occitano e quello piemontese?

Fiore di pissera

Fiore di pissera

I frutti della pissera si colorano quando fa ancora caldo, ad agosto inoltrato, e per raggiungere il rosso passano prima dall’arancio brillante. Se la stagione è stata propizia si stagliano nel verde delle foglie, verdissime e frastagliate come i ricami che le donne creavano nelle notti d’inverno al tepore della stalla.
Crescono spesso tante assieme, le pissere, coprendo vaste zone, che da lontano appaiono così rosso infuocato.
Non si può passare presso una pissera senza soffermarsi ad ammirarla lasciandosi sfuggire un sorriso.
I frutti sono piccolini, come una piccola nocciola selvatica, riuniti a grappolo piatto, come il fiore d’una ombrellifera. Se ne raccogli un po’, ti giocano in mano come perle colorate. Più belli delle perle.
Ti vien voglia di assaggiarli, e lo faresti se la tua gente non t’avesse detto: non buono. Ma puoi farlo, non sono velenosi: però sanno di poco e non piacciono al palato.
Piacciono agli uccelli. Per questo i cacciatori li usavano come esche, da cui il nome; ma non quelli della mia terra, cacciatori, che non hanno mai perso tempo dietro a pettirossi, cince e capinere. Dietro ai tordi si, lo ammetto, e mi spiace.
Quando poi giunge la neve, il rosso sul bianco, con spesso tordi e cesene e tordele a cibarsi sui rami, è il trionfo delle pissere; il loro è l’unico tratto colorato del paesaggio, diventandone un riferimento.
Soltanto il vento ne avrà ragione, molto tardi, dopo che tutti gli animali si saranno cibati e quando, ai più attenti, sarà ormai possibile cogliere nell’aria il profumo della primavera che chiama dal basso delle pianure.

Pissere sulla neve a Chasteiran

Pissere sulla neve a Chasteiran

Oggi nessuno sa cosa sia una pissera e nessuno si sognerebbe di assaggiarne i frutti; perché non sono avvolti nel nylon e perché non giungono dall’Africa e nemmeno dal Sud America.
Peccato, perché la pissera è bellissima e perché, a momenti lo dimenticavo, con la sua corteccia i vecchi mi hanno insegnato a confezionare piccole borsette e pure delle trombette. Funzionanti.
Nemmeno queste avvolte nel nylon, ma servono a giocare e sognare.
Servono a vivere meglio.

Pissere e cerve

Pissere e cerve

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