Ars longa vita brevis

Daniele Ribetto è un amico di VALCHISONE terra bella. Nato a Villar Perosa e radicato a Pinasca, è un figlio della Val Chisone.
Da sempre appassionato d’arte e di pittura, dipinge dall’età di quattro anni. Ha raccontato la sua vicenda artistica in un libro.

Uomini in chiesa

Uomini in chiesa

Ars longa vita brevis (Viaggio nell’arte), non è il titolo di un libro d’arte come si potrebbe pensare.
Nemmeno è un’autobiografia, come lo scorrere le pagine potrebbe far supporre.
Non vi è una categoria adatta ad accogliere il libro di Daniele Ribetto.
Questa affermazione merita una prima riflessione.
Non sempre, quando osserviamo un quadro, leggiamo uno scritto o ascoltiamo una melodia, dobbiamo necessariamente catalogare quanto avvertiamo, preludio a un giudizio spesso di crosta, o quanto meno disattento, non meditato, non abbastanza profondo. È sufficiente osservare, sentire. Col cuore.
È buona norma, di fronte a fenomeni o manifestazioni non dozzinali, sospendere qualsiasi categoria e cercare, invece, di entrare nell’oggetto, o soggetto, dell’osservazione. Possibilmente nudi.
È questo il modo più appropriato per sfogliare il libro di Daniele Ribetto.
Che si racconta, che racconta i suoi oltre sessant’anni per figure, riscontrabili, quanto a varietà, questo si può dire, in praticamente tutto il bagaglio umano della rappresentazione grafica, fotografia compresa.
È specchio, questa varietà di scelta rappresentativa, di curiosità non comune; di sapienza; e pure di grande coraggio, sempre necessario quando si svela il proprio animo, lo si narra, certamente per farlo bello – Daniele Ribetto indulge molto, forse troppo, sul proprio se stesso – ma anche per capirlo, per scoprirlo. Ecco, capire, scoprire se stessi.
Se proprio chiave di lettura ha da essere, tale chiave può essere quella che apre l’animo del pittore, o dell’Artista come preferisce definirsi, con il minor cigolio, con il minor stridore.
In punta di piedi.
Questo libro è la ricerca, la scoperta, la conoscenza dell’anima: dell’Autore.
Non sempre con sincerità.
Si avverte a tratti, a volte ampi, come l’Artista non riesca a superare ostacoli con radici profonde e lontane; si avverte il dolore che la ricerca provoca, a volte mascherato pure quello, a volte urlato, dove l’urlo ha scopo fisicamente liberatorio ma l’inefficacia d’una scorciatoia o d’un trucco di prestigio per evitare l’obbiettivo.

Uomini in chiesa

Uomini in chiesa

È difficile leggere la propria anima.
L’Arte è un mezzo per farlo.
L‘alcool, cui spesso l’autore si riferisce, invece, è una scorciatoia. Lo stordimento non è Arte. L’Arte è la sublimazione dell’animo, e l’animo è tale soltanto se libero di volare, di creare, senza essere soggiogato da nulla e nessuno.
Arte e creatività. E libertà.
Stanno assieme, nella realtà e nella vita di Daniele Ribetto, l’Arte e la creatività. Forse sono la stessa cosa. È soggettivo. E quando su di loro regna la libertà vera, anche dagli stordimenti, allora il profumo di bellezza si avverte in ogni pagina, anche quella apparentemente più banale; assume valore spirituale. Che cos’è infatti l’Arte se non la sublimazione dello spirito? O delle cose belle?
Questa è la vera essenza del lavoro di Ribetto. L’essenza bella delle cose. Soggettiva eppur universale. Umana.
La si coglie nella molteplicità dei temi, delle forme, delle tecniche, delle atmosfere. La si coglie negli innocenti disegni infantili, non banali e già quelli frutto di impegno non comune, negli studi di oggetti, spacciati per tali mentre in realtà sono ricerca della bellezza nella complessità delle cose; nei ritratti, sofferti e dolcissimi, partecipi; negli scherzi, che l’ironia è forse tra tutte le arti la più alta. Si coglie ovunque la ricerca di bellezza, a volte genuina e fresca, a volte stanca e forzata, cercata per dovere prima che per piacere. Ma sempre di bellezza si tratta.
Il dualismo con il padre. Adorato eppure detestato. Uno dei fini del libro, forse il più importante, la sua soluzione. Padre amato e odiato. Perché eccessivamente severo; o perché limite alla libertà, pur nella capacità di saperla mostrare e indicare. Padre amato e odiato, tanto da non riuscire a chiamarlo “papà”, ma doverlo chiamare “padre”.
Rapporto d’amore odio che ha segnato tutta la corsa artistica di Daniele Ribetto, nel bene e nel male. Rapporto non ancora chiarito, non ancora fermo, non ancora definito. Se lo fosse forse non sarebbe più ricerca, non sarebbe più Daniele Ribetto, capace di passare dai lampadari artistici d’una chiesa alla meridiana della propria casa, ai particolari meccanici, anch’essi artistici, d’una ‘poussette’ – carrozzella -, con la misteriosa capacità e facilità di calamitare gli occhi, la mente e i sentimenti in quasi tutte le sue opere.
Non esiste suo lavoro, infatti, che lasci indifferente; può piacere o meno, ma obbliga a reagire.
Creatività. Quella che avvicina l’uomo a Dio.
Altro conflitto, si potrebbe dire di identità esistenziale, insoluto; quello con il trascendente, con la divinità; mascherata da occultismo a volte, o superstizione. Anche se dato per chiarissimo, risolto senza ombre, quel conflitto, quel dubbio pervasivo, è ben vivo. E si riflette sulle opere.
Ma qui il passo è davvero alto. Occorre ancora tempo.
A mente che l’arte è lunga, ed è la vita ad essere breve.

Chi fosse interessato al libro, può scrivere all’Autore, all’indirizzo e-mail: d.ribetto@alarlhd.com

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