I ‘Bari’

Bari a Pramollo e S. Germano Chisone

Bari a Pramollo e S. Germano Chisone

Sono lembi di terra. Li chiamano terrazzamenti e servono a spianare un po’, a tratti, la montagna. Per coltivarla. Sono sostenuti da muretti a secco. Così l’acqua del cielo può andare libera senza fare danni e, nel contempo, la massa di pietre trattiene un po’ di calore, da rilasciare nelle ore più fredde, contribuendo a formare un microclima favorevole alle piante. Patate, granetto, segale. Qualche ortaggio.

Bari a Inverso Pinasca

Bari a Inverso Pinasca

Una pratica antichissima. I vecchi li chiamavano bari e questo, in effetti, è il nome giusto. Semplice, secco, chiaro, noto a tutti.
Se cinquanta anni fa aveste parlato di terrazzamenti con qualcuno, vi avrebbe probabilmente scrutato con sguardo interrogativo. Bari, dunque, non terrazzamenti. O muri per il pane, per le patate, per il cibo strappato a una terra quasi mai generosa.
Messe assieme con arte fina una per una, quelle pietre, allineate perfette. E tra baro e baro, spesso nel muro erano infisse pietre piatte e lunghe a fungere da gradini. Per andare da un livello all’altro.
Passaggi stretti, da percorrere in equilibrio e senza scarpe antisdrucciolo ai piedi. Spesso carichi all’inverosimile. Per funamboli, quelle scalette aeree di pietra. Per gente in gamba, figlia della propria terra.
Si costruivano nella stagione fredda i bari, per non sprecare il tempo di quella calda.
Creature del freddo, dunque.
Ancora oggi, infatti, quando regnano le foglie i bari sono invisibili, occorre passare loro accanto per osservarli. Quando invece c’è la neve si vedono da lontano, da versante a versante: scuri i muretti e candida la striscia che li sovrasta. D’incanto la montagna appare tutta a righe orizzontali. Dove il declivio è meglio esposto, la terra ne è coperta. Tutti e soltanto bari, dalle quote più basse fin su dove le rocce o il clima non permettevano di dissodare le zolle.
Una meraviglia di semplicità e complessità, un disegno unico, sostenibile e compatibile. Come usa dire oggi. E pure bello.

Bari a Chezalet di Bourcet

Bari a Chezalet di Bourcet

Oggi che tutto si misura solo e soltanto in denaro, dalla dignità delle persone alla loro vita e persino alla loro anima, quanto valgono i muri del cibo, del pane, delle vecchie Genti? Quando si lavorava senza guanti.
Per quante ore le schiene sono state chine a spostare pietre, quante dita sono state pizzicate, quante gambe e braccia sono state graffiate? Quanto sudore è stato versato?
Quanto vale tutto questo? Qualcuno se l’è mai chiesto?
Temiamo di no.
Pochi ormai sanno cosa sono i bari.
Gli alberi che vi son cresciuti dicono che da decenni nessuno se ne occupa.
La moderna gente ha dimenticato e cancella con facilità e noncuranza la sua storia. Senza pietà, perché non sa mutarla in denaro. E chi dovrebbe esser da esempio incita e incoraggia allo scempio. Indifferente al fatto che chi non ha storia non ha ieri e neppure domani.

Bari a Pramollo

Bari a Pramollo

Bisognerebbe sorridere ai bari, almeno quando c’è la neve; sorridere a quei muri che han chiesto e dato tanto.
Bisognerebbe sorridere loro e ricordare. Un po’.
Per rispetto a chi li ha eretti e per non doversi pentire domani. Se ci sarà.

Bari a Pramollo

Bari a Pramollo