V. Henri

Camminando per pensieri, solo, in un boschetto poco discosto ma da nessuno frequentato, perché troppo semplice andarvi in cerca di sogni e suoni belli, ho scoperto due grandi legni.
Li ho incontrati in una sera di luce bassa, con i fiori a terra spenti e cheti a sonnecchiare, e soltanto un picchio a tamburellare pigro su alberi lontani.
Sono apparse senza avviso, quelle due figure fuori luogo e pure un po’ sgraziate, su quel lembo dove i carpini non crescono potenti.
Scure quasi nere, appena sopra la traccia dei miei passi, in silenzio, mi stavano a guardare.
Sarebbe bastato proseguire. Che valore hanno due legni vecchi e quasi neri, pure un po’ sgraziati, in un luogo sciatto che di certo non può ad alcuno interessare?

Ho cambiato pista e sono salito qualche passo, tra sassi ballerini infidi a terra, figli di roccia ancora non cullata da alcuna acqua, e tra rovi fini fini, celati e traditori, che in un baleno fanno strisce rosse fuoco sulla pelle a bruciar di brace se non stai davvero attento.
A poco a poco, sentivo che quel luogo non discosto ma da nessuno frequentato, non era dozzinale e aveva qualcosa di speciale, capace di invitare a sé per capire e forse amare.
Ho raggiunto i due grandi legni muti, consunti, scavati, trattati male da chi avrebbe dovuto ma non li aveva amati, accuditi invece e sostenuti dal tempo lento che a lungo li aveva visti forti grandi verso il cielo a mostrarsi castagni fieri, e giganti, figure belle e rifugio per quanti li avessero cercati.
Accuditi dal tempo che non li vuol lasciare. Il tempo lento che sa pensare e ricordare.
Fermo accanto ai due fieri legni, ho capito quanto erano stati grandi, ne ho cercato i segni delle antiche forme, le sembianze e le linee del viso, che certo non potevano esser sparite e del tutto cancellate.

Salde a terra, le gambe si vedono bene, robuste e grandi, possenti a reggere un corpo capace di vincere il vento e le tempeste e il peso della neve. Si intuisce anche dov’erano le braccia, alcune delle tante, un po’ sopra le forti gambe. Bastava poco, ai due castagni nati appresso, e ancora oggi, dopo tanto tempo, quasi uniti fianco a fianco, scuoterle piano per dolcemente carezzarsi. Forse s’eran pure con passione amati.
Ancora oltre, più in alto, ma non di tanto, che le sculture oggi non toccano più il cielo, ecco il viso.
Secco, essenziale, attento e severo e pur dolcissimo nelle curve lievi modellate dall’età; misterioso, lettore e indagatore d’anime di chi a lui in quel luogo poco discosto ad osservare va.
Si scorgono gli occhi, in quel legno corto e chino, vivi come allora, soltanto un po’ nascosti dalle folte sopracciglia che in tanto tempo han potuto darsi sfogo e arte; poi le rughe, profonde a meditare, a scorgere un po’ d’amore in chi di là per caso passa; le gote, secche a coprire zigomi grandi e pronunciati, con fattezze orientali, ma vive ancor dell’antico colore in fiore.
I capelli sono pochi, ancora belli, un po’ ricci, tenue colorati di bronzo chiaro, ma la pioggia li ha incollati al legno tanto da sembrare ancora meno e lasciare impudico allo sguardo il cranio, ma non il teschio, perché pur sempre vivo.

Tante ferite si scorgono sul volto scarno, tutte guarite con tenacia, con fatica conservate in dispetto al tempo, per chi passa, e per segnare gli anni, che corrono pure per i grandi ed i giganti.
Le orecchie sono a lato, ma non si capisce se servano a quei legni per sentire ancora suoni e canti e pure urla, che in tanta vita hanno raccolto, e nascosto sotto la corteccia a ricordare. E non si sa come raccoglierli, oggi, quei suoni, che ancora di certo sono sotto la ruvida pelle, per sentirli e poterli raccontare.
Quelle orecchie han sentito le trombe di Napoleone, se davvero è passato in questa valle del Chisone, e han sentito i suoni stupidi e sciocchi, ma feroci e velenosi degli inquisitori, che qui vennero a dividere, a portar malvagità, a negare il voler del Cielo che pur dicevano di propugnare.
Han sentito le voci trafitte delle genti perseguitate, e pure delle campane in pace. Hanno sentito le voci dei bambini giocare nel vento e dei vecchi pregare al tramonto, dei giovani cercarsi con ansia e con affanno nei caldi pomeriggi d’estate per amarsi.

Hanno sentito l’ululato delle orde nere sporche di svastiche sul petto, quelle legnose orecchie di castagno, e il pianto dei miei fratelli schiacciati ma non vinti neppure da quell’estremo fiorir di male.
E ancora hanno sentito le sirene delle fabbriche, che chiamavano a lavorare non più la terra ma il metallo,
e la seta, il cotone e i minerali. Con la fiducia di chi non guarda bene al suo domani.
Per secoli lunghi e piatti, soltanto ogni tanto rotti da fatti grandi o grami, hanno sentito l‘acqua del Chisone cantare sottovoce, piano; e l’han sentita pure gridare forte, quell’acqua mite, quando dalla pianura ai colli mille rivi univano le voci per dire ch’era ora di svegliarsi, di scavare, rinnovare e nuovo volto alla valle consegnare.
Hanno temuto d’essere estirpate nella furia delle acque tutte della valle unite e scatenate in forza inarrestabile che sorge quando il cielo piange tanto. E han saputo resistere per giungere a noi per raccontare.
Forse han sentito la voce di V. Henrì, quelle orecchie oggi minute, nascoste sotto capigliatura scarsa e rada, stilizzate in bellezza estrema per gli occhi carezzare.

Henrì era un fanciullo, forse, piccolino dai capelli neri e occhi grandi a guardare in alto per scoprire quanto mancasse alle castagne per essere mature, al tempo dell’acidello vino e dei funghi generosi.
Oppure era un pastore, e mentre pascolava gli animali, incideva lentamente il suo nome sulla pietra, che potessimo sapere che anche lui, era stato.
Ancora, Henrì era un uomo che, cresciuto, credendosi potente tanto, decise di tagliare i grandi castagni, per farne legna e scaldarsi di quel facile legno nel ghiaccio dell’inverno; senza sapere che i castagni conservano le memorie di una terra e della sua gente e che far loro male è peccato grave.

Inutile cercare.
Troppo nascosta è la verità.
Soltanto i due giganti di legno, oggi nani, sanno chi sia stato Henrì, che il nome ha inciso sulla pietra perché ci fosse tramandato; soltanto le figure scure fuori luogo e pure un po’ sgraziate, che paiono voler parlare la sera su quello stretto lembo di terra dove i carpini non crescono potenti, sanno.
Bisognerebbe conoscere la lingua di quegli antichi legni.
Ma all’uomo non è dato, oltre un certo segno, andare; neppure soltanto per raccontare.
Però può immaginare, e sognare.
Al Bric d’li Sartie, tra San Germano Chisone e Villar Perosa, ai piedi della montagna dell’Inverso, lì accosto, facile facile, dov’è semplice per tutti andare.