Tempo di nocciole

A dicembre si vedevano già i fiori. Del nocciolo. Quelli maschili. I fiori mamma arrivano molto più tardi.
Sono occorsi nove mesi per arrivare alle nocciole. Tempo umano. Tempo di bambino. Tempo di vita.
Le nocciole, oltre i 900 metri di quota, dove non crescono più i castagni, sono l’ultimo frutto dell’anno.
Permettono a un mucchio di animali di farsi grassottelli per affrontare il freddo.
I ghiri, per esempio, la loro ciccia è a base di nocciole, che colgono direttamente sui rami. Dal produttore al consumatore. Ne mangiano a crepapelle. Per fortuna sono disordinati e pure rissosi, così molte cadono a terra per la gioia di topolini selvatici e arvicole.
Senza nocciole non sarebbero ghiri e non sarebbero le leggende sul loro proverbiale sonno;
come si potrebbe spiegare a un bambino che un tale dorme sempre? E non sarebbero nemmeno topolini, senza i quali non sarebbero poiane, che ne sono ghiotte, e nemmeno allocchi e gufi, che ne vanno matti.
Insomma, senza nocciole, a prescindere dai bambini, non sarebbe mondo. Bello com’è oggi, almeno.
C’è di più. La mia gente con le nocciole ci faceva l’olio, per l’insalata e per i lumini, per rompere timidamente un po’ il buio. Le candele erano un lusso.
Ne occorrevano tantissime per fare l’olio, di quelle selvatiche, più piccoline, perché le altre non c’erano, e occorreva un mucchio di lavoro. Ma l’insalata condita con l’olio di nocciole, mi hanno raccontato, era buonissima, meglio di quella condita con l’olio di noci, che pure era buono anche lui.

Scommetto che vi è venuta l’acquolina.
Decideste di farvi un po’ di olio di nocciole – vanno bene anche quelle domestiche, non sottilizziamo – ricordatevi di farle scaldare un po’ prima di macinarle, se no non viene niente. E, soprattutto, ricordatevi di non raccoglierle tutte, di lasciarne un po’ per i ghiri e un po’ per i topolini.
Per non cambiare il mondo, che è bello com’è.