Tichoun, Pramollo. 11 novembre 1944 – 31 ottobre 2016

Partigiani

Partigiani

Gino Bounous, 31 anni; Carlo Gallian, 20 anni; Primo Laurenti, 24 anni; Gino Martinat, 19 anni; Pierino Mensa, 19 anni; Alfonso Zacco, 20 anni. Ed Eli Sappè, padre di famiglia, 29 anni.
Giovani e certamente belli, erano i Martiri del Tichoun, com’è bella la giovinezza col domani avanti.
Erano belli perché a quell’età si è luce della vita e non riflesso della morte.
Erano belli perché figli di questa Terra.
Erano belli perché giusti.
Hanno incontrato gli orchi del Fascismo e del Nazismo con piedi gommati d’inganno e tradimento per strisciare a mordere nell’ombra.
Non è bastata la luce della vita a fermare il male.
Non sono più
Gino Bounous, 31 anni; Carlo Gallian, 20 anni; Primo Laurenti, 24 anni; Gino Martinat, 19 anni; Pierino Mensa, 19 anni; Alfonso Zacco, 20 anni. Ed Eli Sappè, padre di famiglia, 29 anni.
Ma sono sempre belli.

Partigiani

Partigiani

Tichoun, 30 ottobre 2016.
Sono arrivato, sono al Tichoun, Pramollo. Ore 8.00 del 30 ottobre 2016.
Settantadue anni fa – meno dodici giorni – a quest’ora forse era tutto concluso. Ma i carnefici erano ancora qui, a festeggiare l’impresa compiuta grazie a spie mai scoperte e mai punite.
Mi avrebbero ucciso.
Qui i Fascisti e i Nazisti avevano sorpresero e trucidato cinque partigiani, un’altro che s’erano portati appresso forse come esca, e un civile, incontrato per caso sul sentiero da Rue.
Avevano ucciso e infierito con inumana ferocia sui corpi e sui volti delle giovani vittime. Massacrato e violato con odio da demoni.
I corpi dei Partigiani furono ricomposti ed esposti nel cortile delle scuole delle Lussie.
La gente ricoprì le bare di fiori.

Il riparo sotto roccia

Il riparo sotto roccia

Dicono che i luoghi testimoni di fatti immensi conservino nel tempo l’aura di quanto successo.
Mi aspettavo un grande silenzio al Tichoun, invece il ruscello che corre vicino canta piano giorno e notte, a non disturbare, a cullare il sonno dei ragazzi che videro qui l’ultima luce. Oggi è tutto colorato, l’autunno è prodigo di cose belle, e pure il cielo è blu profondo.
Forse era così anche settantadue anni fa – meno dodici giorni.
Lo scricchiolio delle foglie che tornano alla terra si coglie appena, coperto dal ruscello, e il fruscio del Tricolore che sventola alto su Roccho l’Emparo non si sente affatto. Bisogna salire lassù perché ti carezzi le orecchie.
Sono solo.
Lo spazio è pochissimo.
Del riparo sotto roccia rimangono soltanto parte dei muri. Del tetto incendiato e crollato restano le lose, raccolte lungo le mura della piccola casa. Neppure un segno del fuoco che distrusse. Nel rifugio, davanti a dove c’era l’uscio, quasi in fronte alla finestrella, è cresciuto un grande albero, un castagno: racconta quanto tempo è passato.
A lato del rifugio, sulla parete di pietra, la lapide coi nomi dei ragazzi e sotto altrettante piccole aiuole per lasciarci un fiore. Chi crede, chi vuole.
A tratti pare di sentirle le voci di quel lontano 11 novembre, portate dal vento con le foglie cadenti degli alberi. Voci aspre e bestiali quelle dei tedeschi, luride e sgangherate quelle dei Repubblichini, spaventate e stupite di tanto male quelle dei ragazzi. E spari e fiamme, pare portare il vento leggero. Bestemmie e imprecazioni e grida infernali di menti fuori senno in corpi vestiti di nero e privi d’anime, assetati di buio e di morte.
Ma è il vento, ti dici, è soltanto il vento, non c’è nulla attorno a te, soltanto silenzio coperto un po’ dal canto del ruscello.
Eppure il cuore ti fa male tanto, e gli occhi guardano velati e la gola è stretta sempre più stretta.
Nei giochi di luce tra i rami e le foglie gialle del faggio e marroni delle querce, tra spruzzi di polvere d’erba secca e di roccia, eccoli d’incanto nei raggi di sole i tuoi fratelli, i figli della tua stessa Terra.
A dirti che hai fatto bene a venire, che il Tichoun è anche casa tua; a chiederti di capire quel ch’è stato. A dirti di ricordare. A dirti che vittime e carnefici non sono uguali neppure nella morte.

L'albero davanti alla porta

L’albero davanti alla porta

Ora hai compreso e il vento tace. Pure il sole s’è fermato un istante.
Il ruscello canta ancor più dolce, ancora più piano: non dimenticare, non dimenticare…

Il Tricolore su Roccio l'Emparo

Il Tricolore su Roccio l’Emparo

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