Roccio Veglio

Roccio Veglio sorge improvvisa in mezzo a pini giovani che la nascondono.
A Pramollo. Poco prima di Lazzarà, su ben oltre Ruata, dove non ci sono più villaggi.
Senza motivo d’essere quel roccione, in quel luogo un tempo forse pascolo, senza giustificazioni lì dove è tutta prateria, senza spiegazione.
Allora bisogna recarsi a vedere, per capire, per scoprire.
In natura tutto quel che è anomalo, fuori posto, si porta appresso qualcos’altro di altrettanto anomalo, speciale, spesso una meraviglia.
È così anche per Roccio Veglio.

Sulla sua superficie tanti piccoli segni, che ti chiedi subito chi può averli fatti, e perché, e quanto tempo ci abbia messo. Impieghi un attimo a ricordare che per quei segni non avevano nemmeno uno scalpello ma soltanto pietre. Di quarzo, più duro dello gneis di Roccio Veglio.
Sono soprattutto coppelle, a decine, messe in fila, a righe e tutte assieme, le une; sparse e sole, le altre.
Lavoro fino.
È l’antica scrittura dei padri dei nostri padri dei nostri padri. Indietro nel tempo, ancora indietro, sempre più indietro, tanto quanto è difficile immaginare. Come è difficile immaginare quel luogo, e pure quante cose abbia visto quel pietrone presuntuoso tutto solo in mezzo ai prati.
Certamente i pini non c’erano, probabilmente si vedeva a valle lontano, senza foschie di gas a limitare la vista. Le montagne avevano lo stesso profilo di oggi, su tutte il Gran Truc, signore del luogo. Forse gli antichi pensavano lì stessero le divinità, forse per loro si consumavano la pelle delle dita a incidere Roccio Veglio.
Certamente non immaginavano che i loro segni sarebbero giunti fino a noi, indelebili in un libro di pietra più forte del vento, del gelo e del sole. Le coppelle dei nostri avi. La nostra anima profonda.
Che gioia potessimo anche noi inviare così lontano nel futuro qualcosa di altrettanto semplice, elegante e bello.