Ciaciare e ciak ciak


In italiano si dice cesena, Turdus pilaris per i dotti, mentre in dialetto la faccenda si complica; tutto discende dal richiamo della cesena, un sonoro (circa) ciak, cia-ciak, cia cia ciak, ripetuto più volte a risuonare nel silenzio dell’inverno e spesso della neve. Per questo alcuni la chiamavano ciak ciak, altri ciaciara. E se a chi la chiamava ciak ciak parlavate della ciaciara, cadeva dalle nuvole, e viceversa. Perché tra gli uni e gli altri correva magari una distanza di alcune decine di chilometri, e una distanza simile per un dialetto è enorme.
Spesso la nomenclatura era pure errata, ma non c’era verso di verificarla, e vinceva la tenzone chi aveva una personalità più forte, normalmente gli anziani, nell’affermare la propria opinione.
Quale ricchezza di linguaggio, vissuto e costruito giorno per giorno con inconsapevole amore!
Gli uni e gli altri, un tempo, sapevano chi era la ciaciara ciak ciak. Perché la vita si svolgeva all’aria aperta e pure perché la ciaciara costituiva un eccellente piatto di carne, ideale a completare, assieme a due patate, una dieta generalmente povera.
Come venivano catturate? Col trabuciet, trabocchetto, una geniale trappola costituita da tre pezzi di legno sagomati e da una losa o una tavola di legno di 40 centimetri per 40 circa. Si poteva costruire disponendo unicamente di un coltello per sagomare il legno.
Giungevano col grande freddo le ciaciare, assieme alle grive, tordo bottaccio, e ai grivas, tordele, il più grande dei turdidi. Le cesene, in particolare, si raggruppavano in grandi stormi, anche centinaia di individui, a cercare le piante di melo, allora frequenti ovunque nelle valli, raggiungendo poi la pianura e i suoi frutteti, a profittare di mele e pere perse o imperfette lasciate al suolo.
In un periodo in cui gli uccelli non emettono suoni se non minutissimi versi, i richiami delle ciaciare costituivano la colonna sonora delle valli e delle campagne.

Non si dica che siamo fermi al passato, anche se quel passato ci manca tanto. Raccontiamo tutto questo per memoria, per piccola memoria; ché la storia delle genti, delle piccole genti, delle mie genti, è fatta soprattutto di piccole cose.
Raccontiamo per ricordare, perché non si perda tutto, perché senza memoria non c’è passato.
E nemmeno futuro.
(Immagini F. Moglia)