E’ tornato ancora


Faceva così una canzone quando ero piccolo: neppur sa farsi il nido il povero cucù: cucù, cucù…, e via col ritornello, cucù, cucù, cucù, che soltanto a pensarlo mette allegria.
La canzoncina saltava fuori quasi ogni primavera, non tante in verità, perché non sono tante le primavere che viviamo da bambini. L’occasione era l’insistito cucù, cucù, cucù che risuonava nelle campagne e ovunque nella valle coperta di boschi, ormai verdi a maggio, anche se le punte delle montagne biancheggiano di neve ritardataria a ricordare che l’inverno può fare dei repentini dietro front.
I bambini chiedevano conto di quel suono particolare e gli adulti spiegavano, ciascuno a modo suo. Quello della canzone era uno dei modi più belli e raccontava, senza dirlo, che il cucù, o cuculo – scegliete voi dove porre l’accento sulla “u”, sono buoni entrambi – è un uccello parassita. Opportunista è un po’ poco.
La femmina del cucù non costruisce nido e depone le uova singolarmente nei nidi altrui: da quelli del pettirosso a quelli dei codirossi, passando per le cannaiole e gli usignoli. Ogni mamma cuculo è specializzata per usare il nido di una determinata specie, così che in casa del pettirosso depone uova simili alle sue e altrettanto fa negli altri nidi.
I genitori ospiti sono creduloni e accudiscono quell’uovo come fosse loro, fino alla schiusa. Il piccolo cuculo ovviamente è molto più grande dei fratelli adottivi, tanto che ben presto butta fuori gli altri dal nido per mangiar tutto lui.
Ricorda un po’ certe umanissime vicende.

Quando mia mamma, senza scendere in dettagli, mi raccontava tutto questo, ne ero rattristato, ma lei mi spiegava che il cucù doveva pur pensare ai suoi piccoli, altrimenti l’anno successivo nessuno avrebbe fatto più cucù, cucù, cucù e nemmeno noi avremmo più potuto cantare.
Tanto mi bastava e tornavo sereno alle mie faccende di bambino.
Quei ricordi dolci affiorano ora, ogni primavera, quando dai boschi mi giunge il rinnovato cucù, cucù, cucù, sempre più raro, sempre più solo. Mi dà una vampa di gioia e di tristezza assieme, sentirlo; ora so tutto, o quasi, di lui, ma la sua magia mi tocca sempre.
Mi sento fortunato nell’ascoltare ancora una primavera col cucù.
Sono tante ormai le primavere che ho ascoltato e sempre belle. Perché la primavera non è fatta soltanto di colori e profumi, ma anche di suoni.
Mi rattrista sapere che i cuculi sono sempre meno numerosi, per colpa nostra che abbiamo cambiato troppo l’ambiente a nostra immagine, prima ancora di conoscerlo e d’aver imparato ad amarlo.
Forse il vero parassita siamo noi, non il cucù.
E fingiamo di non saperlo.
(Immagini di F. Moglia)