Il gigante di Colle Serremarchetto


Giornata afosa di giugno, non proprio l’ideale per un’uscita in bici ma il desiderio di raggiungere il colle di Serremarchetto, posto sopra Pinasca, è molto forte.
Lungo la strada, non proprio pianeggiante, si incontrano alcune borgate e, fra queste, Rossetto con la strada che si restringe, chiusa fra muri e abitazioni. Più in alto un pilone votivo, dedicato a Santa Maria Assunta si eleva su uno sperone roccioso e ci invita a osservare la valle sottostante. Il pilone venne eretto nel 1797.
La strada sale ancora, fra castagni che paiono contornati da esplosioni di fuochi artificiali talmente sono lunghi i filamenti dei fiori che li ornano e fra i primi faggi che fanno la loro comparsa con le chiome lucenti.
Quando la strada spiana, in mezzo alla case di Serremarchetto, il colle si intravvede fra il verde delle foglie che paiono immobili nella calura del pomeriggio.
Ancora un tornante, dal quale parte il sentiero per il monte Cucetto, e con pedalata lieve si raggiunge il colle di Serremarchetto, un’oasi di pace sui 1000 metri di altitudine, di leggera brezza e di ombra. La strada valica il colle e si tuffa nel vallone di Gran Dubbione, con i suoi torrioni di roccia, i suoi misteri e la sua storia.

Oggi però è il colle di Serremarchetto il protagonista. Qui sorgono case che un tempo erano tutte abitate. Agricoltura di montagna, castagne, mucche e capre davano da vivere alle famiglie. La strada asfaltata non c’era. Non c’era neppure la strada ma un normale sentiero che passi veloci percorrevano all’occorrenza.
Vicino ad una casa c’era anche un grande faggio, che forse era giovane a metà dell’ottocento, e che tutti ricordano con affetto. All’inizio del nostro millennio la sua circonferenza misurava più di cinque metri. Un vecchio gigante, altissimo e bellissimo che faceva ombra ad un pilone votivo. Un gigante dal tronco sano ma dalle radici intaccate. Piccoli funghi cresciuti alla base del gigante avevano già preoccupato chi di alberi se ne intende senza però suscitare alcun sospetto su ciò che avvenne in un giorno d’autunno.
Il vento con la sua potenza strattonò il vecchio gigante, lo fece oscillare. Lui resistette finché poté poiché tronco e rami erano vigorosi ma il vento, con un soffio traditore, colpì il grande vecchio nel suo punto debole.
Il grande faggio come Achille stramazzò al suolo, colpito nel suo punto vulnerabile. Le radici non poterono reggere a quel soffio malefico e tutta la potenza del gigante rovinò sul pilone che divenne polvere e briciole. E il faggio restò lì, su ciò che un tempo era il pilone, incredulo di ciò che era successo.
Oggi sorge un nuovo pilone, dedicato anch’esso a San Giovanni Battista e a Sant’Antonio Abate, ma nessun gigante gli offre la sua ombra.
Ristorati dalla quiete del luogo, verrebbe quasi voglia di pedalare ancora verso dove ci indicano le frecce, ma quello è un altro itinerario, un sentiero che si snoda lungo ciò che era stato pensato come un anello per lo sci di fondo, quando ancora gli inverni regalavano neve al colle di Serremarchetto.
(C. Reymondo)