Troncea

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Un cielo azzurro osserva la salita verso Troncea, nell’omonima valle, dalla quale nasce il torrente Chisone. In questo periodo dell’anno si può salire a piedi oppure con la bicicletta.
Il luogo è davvero incantevole e i prati fioriti, non ancora pascolo per le mandrie, sono una gioia per gli occhi e lo spirito.
A Troncea sorge un grazioso rifugio, la cui parte esterna è stata risistemata da poco ed è bello osservare l’attenzione per l’ambiente, con la raccolta differenziata, e l’attenzione verso gli escursionisti con la gentilezza del personale.
Scorrendo lo sguardo verso l’alta valle, i monti ricoperti di neve ci dicono che il Chisone potrà godere ancora per un bel po’ di acque fresche.

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Sull’altro versante, posto di fronte al rifugio, rocce, canaloni e praterie impongono la loro presenza.
Alle spalle del rifugio ciò che resta dell’abitato di Troncea, con il bellissimo alpeggio tramandato di generazione in generazione.
Resta poco infatti di Troncea e non a motivo di una perfida valanga o dell’oblio del tempo, quanto piuttosto della furia nazifascista del 1944.
Era il 26 aprile di quell’anno e il villaggio di Troncea, come quello di Seytes e più tardi di Laval devono espiare la colpa, secondo i nazifascisti, di aver dato ospitalità alla Resistenza. In Val Troncea infatti si era stabilito un nutrito nucleo partigiano nella primavera del ’44.
Le case di Troncea, in quel terribile giorno di aprile, vennero consumate dal fuoco appiccato dai nazifascisti: le travi cadevano al suolo e le faville volavano in alto, trasportate dal vento che, come si legge in una toccante testimonianza, si era levato dopo i giorni di neve.
Troncea non fu più ricostruita e ciò che era rimasto, quelle cinque case, come testimonia Il maestro Guiot che teneva un diario degli avvenimenti, restarono lì nel silenzio del dolore della guerra. Furono i pastori che ridiedero voce all’abitato, in estate, riadattando ciò che era rimasto.
All’inizio della storia però Troncea era abitata tutto l’anno. Il pannello posto sulla parete della rifugio ci fa conoscere come nel XVII secolo ci fossero “settantacinque fuochi”. Famiglie che coltivavano orzo, avena, segala e patate e crescevano alcuni capi di bestiame.
Troncea è un orgoglio per la valle: per il suo passato di villaggio di montagna, per il senso del lavoro che emana, per la lotta di liberazione lì condotta, per la volontà di farla rinascere come luogo di turismo. Un luogo bello della nostra Terra bella.
(C. Reymondo)