Col Cartello

Il Colle dell’Assietta potremmo chiamarlo così, se fossimo in vena di scherzi; colle storico caro alle genti di Piemonte, parte del mito e della leggenda di un Popolo.
Pieno di insegne, presenti e passate, di cartelli per chi va a piedi e per chi preferisce l’auto o la moto, per segnalare quel che si può fare e quel che invece è proibito.
Così appare oggi il colle.
Cartelli persino a segnalare una sbarra, che vieta l’accesso ai mezzi motorizzati dove soltanto i pedoni e i ciclisti possono andare. Perché non vi sia qualcuno che vi sbatte dentro e poi si lamenta con chi l’ha messa, quella sbarra, invece di lamentarsi con se stesso ch’è stato sprovveduto e disattento.
Anche il Parco, che di quella terra è custode, ha eretto le sue insegne, il suo monumento.

 È umano segnalare la propria presenza: fischiettando, ad esempio, o lasciando un segno.
Lo fanno anche i cani, le volpi e molti altri animali. Perché non farlo noi?
Con tutto questo, vedere un luogo tanto bello imbardato di pali, paletti e palacci come un consunto puntaspilli, ci dispiace.
L’unica cosa che potrebbe interessare, la scritta ‘Colle dell’Assietta’, con altitudine, in bianco, oggi è coperta da centinaia di adesivi – da tutto il mondo, bisogna dire – e non si legge quasi più.
Si potrebbe lasciare un registro come si fa sulle vette perché tutti possano dire “Io qui ci sono stato”, anche se, in verità, arrivare fin lì in auto o moto non è poi così eroico.
Forse sbagliamo, siamo vecchi, superati.
Però il Colle dell’Asssietta al naturale ci piace di più di quello imbardato a puntaspilli.
Siamo fatti così.