Una storia degli anni ’50

Gli alpeggi mi hanno sempre incuriosita. Forse questo nasce dal fatto che essi rappresentano un mondo molto lontano dal mio. E come tutte le cose diverse dalle consuetudini, anche questo non sfugge alla regola: curiosità, timore, pregiudizio e non conoscenza del vero creano un mix particolare che può indurti ad approfondire l’argomento oppure a relegarlo fra ciò che è meglio evitare. Per fortuna in me prevale la voglia di approfondire.
Nel mio immaginario l’alpeggio è un luogo di pura fatica, di solitudine e di emarginazione. Nella realtà però le cose non stanno così. Basta parlare con qualcuno dei molti giovani che ultimamente hanno scelto di diventare “bergè” o con quelle persone che per una vita intera hanno scandito il loro tempo fra la casa più a valle e la bergeria.
Dalle parole che sento pronunciare capisco che quel mio immaginario è falso e la realtà è ben diversa. Sia i giovani sia i vecchi parlano del loro lavoro con amore, dolcezza, serietà. Non negano la fatica ma è fatica condivisa, ripagata dal belato di un agnellino o dal muggito che genera la vita nella vacca partoriente.
Oggi sono qui, alla bergeria del Ghinivert, oltre 1900 metri di dislivello. Alta Val Germanasca, vallone di Massello, sopra Balziglia. C’è silenzio. I bramiti dei cervi che hanno accompagnato la salita sono ormai lontani. I colori dell’autunno sono esplosioni di luce nell’azzurro di una giornata che sa anche raccogliere le lievi foschie che la stagione impone.


Anche la bergeria è silenziosa. I bergè ormai sono scesi con i loro animali e fino al prossimo anno né belati, né latrati, né parole risuoneranno su rododendri e pascoli.
Non posso fare a meno di ricordare quanto mi è stato raccontato da un amico a proposito di Roberto che per anni si fece custode degli animali che i massellini gli consegnavano per l’estate affinché potessero beneficiare delle buone erbe dell’alpeggio. Grazie a Roberto i proprietari delle vacche potevano continuare ad occuparsi delle proprie incombenze poiché sapevano che gli animali sarebbero ritornati a Massello a fine estate in perfetta forma. Ma andiamo con ordine.
Roberto in gioventù era stato boscaiolo e di quell’esperienza conservava la saggezza imparata nei boschi a fianco a fianco con chi aveva più esperienza. Intanto maturava in lui un profondo amore per la sua terra che lo spinse a non abbandonarla mai, cercando di vivere con quello che i campi e gli animali che allevava potevano offrire. Cedette alle lusinghe del lavoro remunerato diventando minatore in quelle miniere che hanno reso nota la Val Germanasca nel mondo.
La sua grande passione però era proprio l’alpeggio e mi piace immaginare quest’uomo che prima di partire per l’alpe, nel grande spiazzo di Balziglia, dove sono radunate le varie mandrie e i loro padroni, osserva con occhio competente quella che i valdostani chiamerebbero la bataille de reines, ossia un combattimento fra le vacche più forti per stabilire quale mandria deve stare a guida della trasumanza.
Una storia della seconda metà degli anni cinquanta. Una piccola storia di questo piccolo angolo delle valli. Una grande storia di amore per questa montagna.
(C. Reymondo)