I sassi di Chisun

In realtà non sono sassi, ma ciottoli, perché belli rotondi, levigati dall’acqua del torrente, da Chisun. Dal signore della Val Chisone, da chi l’ha costruita.

La mia gente li chiamava pere, roc; boce, che significa boccia, rotondo. Senza valore alcuno. Però erano nel linguaggio, nel sentire comune. Per indicare una strada sconnessa si diceva: come camminare nel letto – fatto di ciottoli – di Chisun; oppure, di una persona testarda: ha la testa come un roc, sasso, di Chisun; e ancora, per indicare una cosa durissima: dura come una pietra blu; cioè un’eclogite, una roccia particolarmente compatta.
Modi di dire persi. E nessuno le raccoglie più quelle pietre, quei ciottoli, per fare basamenti e pure muri. Con maestria, perché è difficile erigere muri con una bocia’d Chisun, con una roca bleua.
Una cosa invece non s’è mai fatta. E non si fa nemmeno oggi. Giocare. Giocare a costruire ometti in riva all’acqua, come quelli che segnano i sentieri in montagna. Ometti bianchi, o blu, o verdi, o di tanti colori, quanti ne fornisce Chisun che li raccoglie su in alto, sulle montagne, quei colori, contenuti nelle pietre, e li porta giù, levigandoli e carezzandoli, facendoli belli agli occhi e dolci alle mani.
Il gioco differenzia l’uomo saggio da quello gretto. Il gioco per nulla soltanto per gioco.
Hai mai provato a giocare con i ciottoli di Chisun?

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