Il sentiero di Tancreda

Il castagno nella roccia

Il castagno nella roccia

C’è un sentiero, quasi al confine tra Porte e San Germano Chisone, sulla sinistra del torrente e a fianco della strada, che parte dritto come un ascensore per la vetta di quelle rocce severe chiamate Monte San Benedetto. All’apparenza anonimo, da percorrersi quando non c’è di meglio.
Invece è bellissimo. Dritto come una scala a pioli. Affascina. I pietroni di gneiss dioritico e la roccia madre della stessa natura, sono sparsi ad arte a formare un mondo verticale di solidi e spazi e giochi di pietra speciale. Su tutto regnano gli alberi, forti, perché anche a loro quel luogo severo impone sacrificio e sapienza.
Ecco la Truna du Chelu, Tana di Chelu, poco discosta: una grotta un tempo abitata da qualcuno, forse da Chelu; poiché non è dato sapere chi fosse, lasciamo ad ognuno l’immaginarlo, e farlo ancor più affascinante.
Tante querce che non temono il secco fanno ala al passo, sontuosi carpini e, a tratti, s’alzano fieri i tigli, a dire che lì sotto un po’ d’acqua c’è. Infatti, ecco la Sorgente del Boech, la Sorgente del Buco.
Si procede col fiato corto e gli occhi incollati a terra, perché il sentiero non è facile; ma costa poco fermarsi ogni tanto per avvolgere d’uno sguardo il paesaggio, che è strettissimo, tra la montagna e i grandi alberi che la coprono.
Intanto il Chisone si allontana e il fracasso della strada si affievolisce. Una grande pace regna e soltanto il fruscio degli scarponi tra le foglie secche muove il tempo; e un piccolo gruppo di cince more: ma senza verso alcuno.
Un’altra sorpresa, la sagoma candida d’una ragazza con arco e freccia incoccata: appare improvvisa su una roccia: Tancreda.

La sagoma candida d’una ragazza

La sagoma candida d’una ragazza

Un cartello lì appresso spiega che costei era un’eroina saluzzese dei tempi andati, cantata dal Pellico e lì vissuta col padre per molto tempo. Una leggenda bellissima per un luogo bello e incantato.
Ogni tanto la seria linearità delle querce e dei castagni è rotta dalla bizzarria delle forme dei faggi che il sole rende bianchi come l’effigie di Tancreda. Sculture di natura.
Sempre su, a rompifiato, ma salire è lieve perché si guadagna in fretta il cielo e l’orizzonte si apre senza farsi aspettare troppo. Ecco tra i rami San Germano, e più su i suoi villaggi nella luce; a destra Villar Perosa, con le case vicine strette e ordinate di porte e finestre a scimmiottare un favo d’alveare, vigilato dall’alto dalla sagoma seria della cupola di San Pietro.
La vetta è vicina. La conferma viene da un’altra sagoma bianca che anima quelle pietre: San Benedetto, in sandali e barba, a indicare il sentiero verso sinistra. Si entra tra i faggi sovrani e il passo spiana un po’. Ora l’orizzonte è davvero ampio a mostrare la valle su fino alla curva del Chisone oltre Pinasca, e volgendo il capo indietro, si intuisce la cima ormai prossima, da carezzare con mano.

Un sacco di plastica, nero. Non ci fai caso. Poi una lattina verde. Volgi lo sguardo. Quindi un altro sacco per rifiuti, azzurro questo. È il vento dispettoso, ti dici, ma ti rendono nervoso. Poi il grande ripetitore Tv che ronza forte. Ecco un trattore abbandonato e ancora rifiuti.
La civiltà qui è giunta prima di te.
Anche la vetta è raggiunta, ora, sei su San Benedetto, vicino alla sua cappella, e hai le valli ai piedi.
Ma la poesia nel cuore non c’è più.

Porte e finestre a scimmiottare un favo d’alveare

Porte e finestre a scimmiottare un favo d’alveare

 

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