Parliamo di ponti

I ponti sono tra le opere più belle dell’ingegno umano.
Di fatto, perché permettono all’uomo di superare gli ostacoli con una facilità che a nessun altro vivente è concessa, e idealmente, perché un ponte unisce, avvicina, permette il contatto, la conoscenza e facilita i rapporti umani.
Il ponte è un simbolo.
Un ponte è mezzo di pace.
Non a caso si distruggono e crollano in guerra. Un tempo.
Non a caso è Pontefice colui che unisce il terreno con l’ultra terreno, con il sublime, con il divino.
Non a caso i ponti sono monumenti, anche se non ce ne accorgiamo.
Il primo ponte deve essere nato per caso. In una valle alpina. Dove c’era un piccolo torrente o forse soltanto un ruscello. In quel luogo lontano nel tempo, e nella fantasia del pensiero, un grande albero che cresceva su una riva crollò, raggiungendo con i rami l’altra sponda.
Non è dato sapere se quel risultato casuale fu subito chiamato ponte dagli uomini. Ma certo, da subito, di quel caso fortunato gli uomini si servirono; fin che l’albero durò, perché il legno, con le intemperie, deperisce e muore.
L’esempio era dato. Gli uomini sostituirono l’albero con strutture più robuste, prima di legno e poi di pietra. Giunsero i romani ed i ponti divennero più grandi, più audaci, più belli.
Sui ponti i romani fecero passare pure l’acqua. E i loro ponti divennero eterni. Tanto da giungere a servirci fino a noi. Simboli spirituali.
Giunse quindi il calcestruzzo, che già avevano inventato i romani chiamandolo coccio pesto; più robusto quello moderno. E copiando dai fiorai e vasai olandesi, il calcestruzzo divenne armato, con anima di ferro. Infine, si deve alla fredda Russia, da tanto più tempo di quanto si possa pensare, il cemento armato precompresso: l’apoteosi.
I ponti, figli di quel lontano albero caduto a giungere per caso e con semplicità due rive, divennero altissimi e lunghissimi, superbi, simbolo di sapienza, coraggio e intraprendenza. Simbolo di progresso.
E cominciarono, pian pianino, qua e là, a crollare. A non essere più eterni.
Non perché avessero sfidato il Cielo, ma perché s’era dimenticata l’onestà e la prudenza.

Tutto questo c’è venuto in mente l’altro giorno guardando il Ponte di San Germano Chisone, all’imbocco della Valle omonima che ci ospita, sul torrente che porta lo stesso nome.
Non appartiene all’ultima categoria, questo ponte, anche se è bellissimo e superbo con la sua unica arcata a superare d’un sol balzo un torrente lunatico e bizzoso.
Tutto in pietra l’han fatto. Soltanto pietra. Tutta colorata uguale, a blocchi squadrati finemente da scalpellini certamente, anch’essi come il ponte, discendenti dai romani. Pietra grigia che non si lascia scalfire né dal caldo né dal freddo, che irride il gelo e pure il tempo e l’acqua che corrono. Perché è pietra nata nel ventre della terra, nell’antica forgia del mondo, tanto tanto tempo fa, e ne è uscita vincitrice. Per fare dono di se stessa a noi, assieme all’ingegno e alla prudenza.
Tutto questo è il Ponte di San Germano, bello se pur superbo in alto contro il cielo.
Tenace come la pietra usata per costruirlo, saggio e prudente come la gente che un tempo correva per le valli.
Nessuno lo sa, ma è un monumento, come tutti i ponti che stanno su e non crollano mai.

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