Li Ribét

Da lontano, dai versanti opposti della valle, saltano agli occhi quei colori, quei rettangoli variopinti delle case di un villaggio di Pramollo, allungate su in alto verso lo spartiacque con la Val Chisone. Sono i muri dei Ribetti, o meglio, dei Ribét.
Ti chiedi il perché di quei vivaci colori che ricordano luoghi lontani e celebrati, a volte in riva al mare. Poi ti viene in mente che a Pramollo un tempo molte case erano a tinte vivaci. Forse per rallegrare una vita difficile, quella dei nonni, o semplicemente per civetteria, per gusto del diverso. Per gusto del bello.
Ma il ragionamento non convince.
Li Ribèt accolgono chi vi giunge a piedi col fiatone per la lunga salita, con un tratto di strada pianeggiante e dolce, perché la fatica non distragga gli occhi. È la Vio d’la boccia, come avvisa un’iscrizione del 16 settembre 1989, tracciata da li Ribetin in una nicchia al riparo dentro un muro. Iscrizione recente, forse un po’ goliardica, che dice di gente serena, che ama giocare e scherzare. Non potrebbe essere diversamente in un luogo tanto bello, in inverno baciato tutto il giorno dal sole, invidia per chi vive in altri luoghi della valle dove il sole neppure più lo vede. Forse i muri colorati sono segno della stessa gioia di vita.
Non tutti i muri sono colorati, ma quelli che lo sono bastano a strappare un sorriso.
Al fondo del villaggio, verso Nord, da dove parte lo splendido sentiero che conduce al sottostante villaggio dei Ciaurenchi, c’è un grande lavatoio. Due tubi vi portano l’acqua, due, per averne a sufficienza nella stagione secca. Appesa a un chiodo infisso in un bastone, una tazza metallica, giallo chiara, per dissetare chi ha sete, forse per ospitalità, per dire benvenuto. 1951 dice l’iscrizione sul cemento. Non vecchissima. Forse un tempo il lavatoio era di legno e la data non c’era. Hanno rifatto tutto e l’hanno scritto, magari per vanto, per giusta soddisfazione, certamente per non perdere la memoria e neppure la storia.
Storia che è lì a raccontare, a chi ha orecchie per ascoltare; raccontano le case più antiche che non hanno colori e che fungono da preziosa cornice e quelle gialle e rosse e verdi, che da sole sarebbero eccessive, prepotenti e un po’ sfacciate. Muri di pietra senza nulla sopra, con soltanto un po’ di fango tra le fessure a chiudere la strada al vento, a sfidare il tempo, a parlare a chi senza fretta passa.
Forse è il luogo, affacciato sulla lontana pianura, di fronte al dolce Colle della Vaccera, che suggerisce quiete; forse è il sole, che a li Ribét regna incontrastato a relegare le ombre in un angolo appartato; forse è il verde dei pini a monte delle case, tutto l’anno a scolpirsi nel cielo che quando c’è la neve è azzurro bello bello; forse è tutto questo a fare d’li Ribét un luogo particolare.
I muri colorati vivace, ora lo sappiamo, servono soltanto ad attrarre gli occhi e farlo maggiormente ammirare, quel villaggio speciale.
Ribetti 5feb19 (12) (Medium)

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