‘Pes c’lu Diau’

I Prim

I Prim

Gran Dubbione è un insieme di borgate che guardano dall’alto Pinasca. Non esiste un punto preciso in cui poter dire: “Qui è Gran Dubbione” poiché Gran Dubbione è tutto ciò che sta là in alto, nel vallone omonimo. Un insieme di frazioni che un tempo videro la presenza di mille abitanti.
Gran Dubbione, che va rigorosamente scritto così poiché deriva dal latino Magno Dublono come compare in un documento, è terra con una ricca storia fatta di lavoro, fatica, emigrazione e valori. Come molti luoghi delle nostre valli, collocati in luoghi impervi e lontani dal fondovalle, si narra che l’origine sia dovuta a tre fuggitivi che qui trovarono riparo. Comunque sia andata, Gran Dubbione ha un fascino particolare che nasce dalle sue asperità, dagli angoli selvaggi, dai torrioni rocciosi che si sollevano dai versanti, dai suoi due ruscelli che scorrono in un letto di pietra e che nella discesa formano dei suggestivi tonfani che in ogni stagione si colorano di tinte particolari.

Il Rio

Il Rio

Gran Dubbione è anche terra di misteri. Oggi vi accompagno in una borgata in mezzo alla boscaglia che un tempo era illuminata dal sole dall’alba al tramonto in ogni stagione. Una posizione invidiabile ma un bel giorno gli abitanti la abbandonarono e più nessuno volle andarci a vivere; persino sulle carte geografiche dell’esercito tedesco durante l’invasione nazifascista vi era un tacito avvertimento poiché essa veniva indicata come “case dei fantasmi”.
“I Prim”, questo è il nome della borgata, anche in una luminosa giornata invernale ti raccontano dei framasun, entità sovrannaturali dispettose e spaventose.
Un giorno Serafin volle fare del carbone con i suoi boschi intorno ai Prim e incaricò di questo un noto “carbunè” dei dintorni, un omone grande e grosso che non temeva nulla. Quando giunse il momento di accendere la carbonaia il “carbunè” volle andare prima in chiesa dove all’uscita dalla messa tutti gli domandavano se non avesse paura a dover restare giorno e notte nel bosco dei Prim per sorvegliare la cottura della carbonaia ma lui rispose che neanche il diavolo gli incuteva timore. La carbonaia venne accesa e durante la notte successe qualcosa di terribile al punto tale che il “carbunè” il giorno dopo disse al Serafin che se non voleva vedere bruciare la carbonaia doveva portare suo fratello che era paralitico quella sera stessa ai Prim. Serafin obiettò che il fratello non sarebbe stato di nessun aiuto, non potendo camminare ma il “carbunè” rispose che voleva qualcuno con lui che, senza poter scappare, vedesse ciò che lui aveva visto la notte prima. Così fu fatto.
Che cosa successe nella notte non si seppe mai. La cosa certa fu che la carbonaia bruciò e a tutti quelli che domandavano al “carbunè” se quella notte avesse visto il diavolo, egli rispondeva: “A l’era pes c’lu Diau”. Peggio del diavolo era ciò che aveva visto. Peggio del diavolo furono i framasun quella notte.
Chi vuole saperne di più può provare a pernottare una notte accanto ai ruderi di ciò che fu la borgata dei Prim.
Lontano, la sagoma del Monviso pare annuire nell’ascolto del racconto del “carbunè”.
(C. Reymondo)

Il Monviso

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