Le calze del ‘Cucù’

Le chiamavamo ‘Càusse del Cucù’, calze del cuculo. Qualcuno semplicemente ‘I Cucùc’. Parliamo delle genzianelle, Gentiana acaulis. Blu scuro intenso segnate da pistilli bianchi o giallo oro, belle come soltanto loro sanno essere quando s’affaccia la primavera.
‘Cucù’, in piemontese, è il cuculo, Cuculus canorus per i sapienti; un uccello grande circa come un piccione, ma più snello, con una lunga coda, che sverna in Africa e che si riproduce parassitando i nidi di altri uccelli.
C’era anche una famosa canzone, al proposito: “Neppur sa farsi il nido il povero Cucù”. L’allusione era che il Cuculo, sfaccendato, pelandrone e profittatore, impegnato tutto il giorno a cantare, cucù, cucù, cucù… poi non riusciva a preparare il nido e lo rubava agli altri.
Il Cucù torna da noi proprio quando fioriscono le genzianelle, ad aprile, maggio. Questo il nesso temporale per spiegare il singolare nome dato ai fiori.
Quanto al termine calza… beh, la forma delle genzianelle parla da sola e ricorda davvero delle calze, quelle d’un tempo, belle gonfie, confezionate in casa a partire dalla filatura della lana grezza, che pungevano i piedi soltanto a guardarle.
Oggi le ‘Càusse del Cucù’ non sono più molto diffuse. Un po’ a causa del clima sconvolto, un po’ perché i prati non vengono più sfalciati e un po’, infine, perché con le loro radici si prepara un delizioso digestivo.
La legge vieta l’estirpazione delle radici, ma di questo, colpevolmente, non è mai importato nulla a nessuno.
Pure il cuculo s’è fatto raro. Per motivi diversi, ma sempre connessi all’ingordigia e alla maleducazione umane.
Il nome piemontese popolare della genzianella rappresentava dunque un concentrato di significati.
Due parole disegnavano un mondo. Diventava un segno, quel fiore, un simbolo, una svolta stagionale. Faceva parte a buon titolo delle piante mitiche radicate nella cultura della mia Gente.
Oggi soltanto i vecchi sanno cosa siano le ‘Càusse del Cucù’ e chi sia il ‘Cucù’, che non sa farsi il nido e canta tutto il giorno “Cucù, cucù, cucù…”.
Il tempo passa e le competenze mutano. Anche il linguaggio. È l’evoluzione, è il progresso.
Peccato però dimenticare le cose belle, spesso poetiche, colme di significati, capaci in un soffio di evocare sensazioni e fatti, e pure un sorriso.
Le conosco da più di sessanta anni, le Càusse. Spesso le ho incontrate senza cercarle, senza pensarci. Sempre mi sono fermato a guardarle, e le ho ringraziate per esser tanto belle.
Non mi hanno mai stancato, sempre mi hanno incantato.
Come succede con le cose belle. Si stampano nell’animo.

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