La casa della nebbia

Il Lago Rouen è nascosto in alto, quasi 2400 metri di quota, tra il Colle della Roussa e il Monte Robinet.
Per arrivarci serve il sentiero che da monte di Gran Faetto di Roure porta al Monte Bocciarda.
Ben prima del Colle della Roussa, si devia a sinistra, per un sentiero ben segnato; per lunghi tratti una traccia in verità, una gradinata dai gradini irregolari, altissimi, sgangherati, ghiaiosi a tratti a portar via il piede, mobili… e chi più ne ha più ne metta. Percorrerlo è una cosa seria, insomma. Bellissimo, però, per palati fini; non per tutti gli scarponi.
Bellissimo è l’ambiente attorno, con rocce severe ovunque, rosse per ampi tratti e grigie verdi per il resto.
Prima boschi di larici fitti, alcuni alberi secolari a mostrare con orgoglio il tempo trascorso, poi soltanto più cespugli e risicati praticelli aridi. Perché, con tutte quelle pietre, non si fatica a immaginare come una goccia di pioggia possa scomparire in un battibaleno senza lasciare traccia.
Quando si è prossimi al cielo, ecco grandi torrioni di pietra incombenti, nascosti nella nebbia a farne figure fantastiche, figure di fiaba, di sogno.
La nebbia. Corre assieme a noi anche se sembra ferma. Senza fiatone, a nasconderci il mondo: forse per renderlo più affascinante.
La osserviamo con ansia. Potrebbe procuraci grattacapi per il ritorno. Ma per adesso è lenta, sembra ferma.
Il lago, intanto, che non abbiamo mai visto, dovrebbe essere oltre quel crinale, perché dietro si intuisce il vuoto.
Invece no. Il crinale buono, quello che cela l’acqua, è più su.
Le mete fasulle si susseguono, il lago sembra fuggire e la sua figura comincia a somigliare a un miraggio.
Esisterà davvero?
Ancora un crinale.
La traccia è ripidissima, le mani aiutano a proseguire. La speranza di arrivare anche.
All’ultimo crinale, ancora niente. Dietro però, la salita scema, il terreno diventa quasi piatto, ma niente acqua.
Pochi metri e, infine, eccolo: in un avvallamento, circondato da pietroni e rocce che sembrano proteggerlo.
Il Lago Rouen. Sospirato, bello grande, sembra profondo, increspato da un po’ di brezza fredda che spira dal basso.
Nel silenzio, un belato appena accennato. Ne cerchiamo l’autore tra le pietre sopra noi, ma la nebbia sta chiudendo il sipario. Sembrava ferma ma ha corso al nostro fianco ed eccola qui, a chiuderci la vista.
Si dirada un attimo, un po’ di speranza ci soccorre.
Siamo troppo bassi, troppo vicini all’acqua per vederlo intero, il lago. Dobbiamo salire, allontanarci in alto.
Ancora salita. Ma ne vale la pena. Perché siamo testardi.
Ecco, ci siamo. Anche la nebbia s’è mossa. Vuoi vedere che il Lago Rouen ci sfugge proprio ora.
La nebbia è gentile, ci lascia qualche istante per osservare il gioiello che sta sotto di noi.
Poi chiude. Basta. Questa volta per sempre. Fino a domani mattina, ma non possiamo attendere qui il nuovo sole.
Aspettiamo un po’. Chissà…
Ma non c’é nulla da fare.
Probabilmente la nebbia che ci ha accompagnati nella salita abita qui, e dunque è normale che qui si fermi, a riposare pure lei, forse a dormire un po’.
Forse la complessa iscrizione sulla pietra che abbiamo scorto salendo diceva proprio questo. Ma non l’abbiamo capito, non conosciamo quella lingua.
Meglio avviarci, ora. Per scendere la nostra gradinata disagevole, sarà bene vederci chiaro. Tra quelle pietre, senz’occhi, sarebbero dolori.
Ci viene da imprecare piano alla malasorte, poi ci fermiamo.
Perché un lago nel sole è bellissimo, ma un lago velato, sfumato nel bianco a congiungere acqua e cielo, lo è di più.
Come un sogno. Nella casa della nebbia.

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