Lausinia e Infernaccia

Tanto e tanto tempo fa, talmente tanto che nemmeno si può contare, nelle Valli Chisone e Germanasca, in quella zolla di terra colma di laghi che va dall’Orsiera a Conca Cialancia, vivevano tanti giganti, un bel po’ di fatine, pochi gruppetti di uomini e pure qualche strega. Poche, le streghe, ma cattive cattive. Le fatine vivevano per lo più nei  laghi, perché l’acqua serviva loro da specchio per mirarsi e farsi ancora più belle. Ma non erano vanitose.

Una di queste viveva presso un lago poco più giù di Conca Cialancia; azzurro d’un azzurro che persino il cielo al suo confronto era pallido. Lausinia si chiamava. Perché le fatine, come del resto i giganti, a quei tempi avevano sempre nomi che oggi ci sembrano un po’ ridicoli.

Presso quel lago c’erano anche alcuni uomini; preparavano del formaggio squisito. E forse fu proprio questa prelibatezza a richiamare l’attenzione di una strega, Infernaccia si chiamava, che oltre ad essere cattiva cattiva, era ghiotta da morire di tome e tumin.

Andò che si stabilì per lì, sotto una montagna a punta aguzza aguzza verso dove nasce il sole, per essere più calda al mattino, e anche perché lì c’era una grotta nera nera. Sin dal primo giorno del suo arrivo Infernaccia cominciò a tormentare gli uomini e a rubare loro il formaggio. Gli uomini avevano paura, perché non avevano mai avuto a che fare con una strega, e a mala pena sapevano che esistessero; perché allora non c’era ancora la televisione, diventata poi Strega TV, e nemmeno internet; e non riuscivano a reagire. Chiesero aiuto alla fatina del lago, e Lausinia lo promise.

Cercò la strega per parlarle, perché tra donne di magia avevano pur sempre qualcosa in comune… Ma la stregaccia le sghignazzò in faccia; non solo: sistemerò anche te, disse, bimbetta bella, sistemerò anche te… Ti taglierò la pelle! Perché le streghe, brutte com’erano, erano molto invidiose della bellezza delle fate.

Detto fatto: il giorno dopo le acque del lago erano marroni color caffè, e rimasero così per parecchi giorni. Per impedire a Lausinia di specchiarsi e pettinarsi. Per fortuna le magie delle streghe durano poco… ma durò poco anche la pace. La stregaccia gelò il lago, in piena estate, che Lausinia non potesse lavarsi. Tantissime trote batterono delle terribili capocciate salendo a prendere una boccata d’aria, perché in  estate non s’è mai visto un lago ghiacciato. E intanto rubava il formaggio. E piano piano gli uomini cominciarono ad avere fame, perché il formaggio era il loro alimento principale.

La vita che attorno al lago sino a qualche tempo prima era stata un paradiso stava diventando un inferno. Fu allora che Lausinia si ricordò d’una fata anziana, ma sempre bella, sia chiaro, che abitava ai laghi del Beth. Bethiana, si chiamava, e aveva fama d’essere molto sapiente, oltre che saggia. Decise di partire per chiederle consiglio. Cammino e camminò per tre giorni e tre notti.

Devi sapere che le streghe nascondono il loro potere malefico nelle unghie, disse Bethiana alla giovane; per questo le hanno adunche, per non farselo scappare. Se riesci a tagliargliele o a rompergliele, allora Infernaccia sarà costretta fuggire, perché le unghie delle streghe non possono ricrescere nel luogo dove sono state rotte. Ma su come fare non ti posso dire niente.

Lausinia ringraziò molto la collega anziana e si rimise sui passi del ritorno, preoccupata forse più di prima. Chi mai e come avrebbe potuto rompere le unghie d’una strega…

Si ricordò allora di un suo zio che le raccontava tante cose belle quando era piccola, e che le aveva insegnato tanti giochi interessanti. Aguzza l’ingegno, diceva, aguzza l’ingegno giocare fine, e può sempre servire.

Tra i tanti giochi che aveva conosciuto c’era il trabuciet. Una struttura di tre legnetti con sopra una pietra piatta a celare una caramella: il gioco consisteva nel prendere la caramella senza far cadere la pietra, una losa, tenuta alta in bilico dai legnetti, messi così bene e con tale finezza, che quasi bastava un alito per far cadere tutto e perdere la caramella. Ma lei era bravissima, e lo zio la lodava assai: ha mani di fata, diceva.

Ecco la soluzione, pensò. Preparare un trabuciet con una grossa losa, e sopra metterci pure un pietrone per miglior misura, e usare come esca del formaggio. Ne parlò con gli uomini che ben volentieri garantirono il loro aiuto. C’era una cresta dove la stregaccia passava sempre per andare al torrente a bere, e siccome quella cresta di rocce era molto ripida e Infernaccia aveva il fiatone, si fermava sempre su un piccolo pianoro a metà. Sbuffando a rifiatare. E se vedeva qualcuno gli urlava: guai a te, it taju la pel! Ti taglio la pelle. Era un modo di dire che le piaceva molto ed era convinta la facesse apparire ancora più cattiva. It taju la pel, urlava.

Lausinia e gli uomini prepararono la trappola su quel pianoretto piccolo piccolo, e mascherarono la losa con un po’ di fieno; e sotto vi posero del formaggio così buono, ma così buono, che tribolarono non poco per trattenersi dal mangiarlo. All’imbrunire ecco la strega. La sentirono da lontano, it taju la pel! E in breve fu presso il pianoro dove sentì quel profumo di formaggio buono buono, che metteva assieme l’aroma del latte con quello dei fiori con quello della rugiada.

Che gonzi questi ometti, pensò, credere di nascondermi il formaggio con un po’ di fieno… Allungò le sue manacce e… tracchete! La losa le crollò sulle mani lasciandola senza parole, senza unghie e senza potere, e con un gran dolore alle dita.

Una strega senza unghie non vale nulla.

Non le rimaneva che fuggire.  La sentirono correre verso il fondo della valle come una slavina, in attimo scomparve e tutto fu silenzio.

La fatina e gli uomini fecero festa per tre giorni e sul lago nuovamente azzurro tornò il sole come sempre.

Di quei fatti, oggi, non si ricorda nessuno. Perché da tanto e tanto tempo le fate non si lascian più vedere dagli umani, da quando gli uomini hanno smesso di credere alle fiabe e alle cose belle.

Però il segno di quanto avvenuto è rimasto. Nel lago, innanzi tutto, che si chiama Lauson, dal nome della fatina bella che lo abitava, e nel nome di una montagna, che si chiama Punta Infernotto: è dove la strega aveva la grotta. E poi una lunga china impervia coperta di rododendri che porta il nome di Tajapel: è dove passava Infernaccia. Infine, c’è un pianoro piccolo piccolo dove hanno costruito una casetta bella bella. Sembra una casa delle fate.

Sapete come la chiamano? Formaggino, per via della sua forma aguzza.

O forse la chiamano così perché qualcuno ha scoperto che proprio lì, grazie al formaggio, Lausinia scacciò Infernaccia rompendole le unghie.

Forse glielo ha detto la fatina che, pare, qualche volta ancora si mostra, ma solo a chi ha cuore grande e ama le cose belle. Come chi ha costruito quella casetta da fate.guarda la galleria