La Miando d’la Meisoun

La Meisoun

La Meisoun

In una giornata di sole ma fredda decido finalmente di raggiungere la Miando d’la Meisoun. Il nome in patuà significa letteralmente “Malga della casa”. In effetti questo luogo è proprio caratterizzato da una casa posta in mezzo ai boschi, in alto, sopra Pomeifrè. La Meisoun sorge sul comune di Perrero ma anni addietro era territorio del Comune Censuario di Maniglia. Siamo in Val Germanasca e lungo la strada che conduce a Prali c’è la deviazione per Fontane. Da lì parto come per raggiungere il colletto delle Fontane ma lungo la via svolto a destra e mi trovo sulla pista forestale che in discesa con circa due chilometri di percorso mi conduce a La Meisoun.
Il cammino è bello, la strada taglia a mezza costa il versante, i panorami sono mozzafiato.
Ad un certo punto capisco, grazie a due paracarri in pietra posti ai lati della strada, che mi sto addentrando in una proprietà privata. Mi avvicino cautamente sapendo di non fare una cosa giusta ma con mia grande sorpresa, nel cortile di La Meisoun, seduto ad un tavolo, trovo il proprietario che non solo mi offre un caffè ma risponde alle mie numerose domande e mi accompagna nei boschi, in alto dietro la casa. È l’inizio di un percorso nel mondo magico dei boschi, del legno, della pietra e delle storie piccole del grande coraggio di antenati lontani.
Nel 1860 un uomo e una donna vennero a vivere lì. La donna si occupava del campo di patate e delle capre e il marito faceva il boscaiolo e il carbonaio, restando per parecchi mesi lontano da casa a fare carbonaie in Francia. Vita difficile la loro. La fame tanta. Una delle figlie, all’età di diciassette anni, in compagnia di un’amica, salirà su un piroscafo per la “Merica”. Bagaglio scarso, il viaggio più lontano che aveva intrapreso forse era a Rodoretto, coraggio da vendere.
Le pietre nei boschi sopra La Meisoun sono numerose e attrae la mia attenzione un muro che pare un cuneo, grande, con migliaia di pietre ben sistemate l’una sull’altra. Forse un punto di raccolta dei sassi? Forse un luogo mistico? Forse un’opera di difesa? Mistero.

La “téo”

La “téo”

Lungo il percorso la mia guida raccoglie una specie di grande scheggia contorta di pino, un po’ annerita ma non marcia, vecchia di moltissimi anni e profumatissima. È una “téo”, adoperata per accendere il fuoco e un tempo anche come fiaccola. Se qui ci fosse stato il mare, sarebbe stata usata anche per ricavarne la pece nera per calafatare le imbarcazioni.
La meraviglia di oggi però è costituita dalla scoperta del “bijoun”, la resina liquida di abete bianco racchiusa in piccole ampolle lungo la corteccia: con la punta del coltello si incide l’ampolla dalla quale fuoriesce la resina che si raccoglie con pazienza certosina in un vasetto. Quante incisioni per riempirlo! È un medicamento questo che veniva utilizzato per curare traumi e ferite.
Sul tronco di un larice ormai prossimo alla fine spiccano grandi buchi: il picchio ha lavorato sodo per cercare il suo cibo preferito, le larve che lì si annidano.


Sono ancora le pietre, grandi, sporgenti nel vuoto che guidano lo sguardo verso un ampio panorama che si apre a ventaglio. In basso i vecchi impianti minerari del Valoun di Maniglia e intorno il verde della primavera chiazzato di rosso, giallo, blu e mille altri colori delle case dei piccoli villaggi.
Al ritorno verso La Meisoun l’incontro con un airale di carbonaia. L’emozione ci prende perché affiorano i racconti di quel vecchio nonno che cuoceva il carbone di legna. Una storia di arte e fatica. Ora però è il momento di tornare alle nostre meisoun con un ricordo dolce nel cuore.
(C. Reymondo)
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