Il museo dei Faure

con Nessun commento

Faure è la borgata di Pomaretto più alta, 1208 metri slm, in punta a una lunga strada che parte non lontano dall’ospedale, giù nella piana costruita nel corso dei millenni dalle acque del Chisone e del Germanasca.
Prima si va attraverso i vigneti, poi sono i boschi a far da cornice a chi passa, querce e castagni,
piccolini, perché il suolo è arido, perché ci sono soprattutto rocce su quel pendio assolato; la terra è un miraggio e gli alberi crescono poco e lentamente.
Ogni tanto un villaggio interrompe il paesaggio, dove le pietre del suolo sono chiamate a fare muri e tetti di case.
Faure si presenta con l’acqua, un lavatoio e un abbeveratoio, coperti, che vi si possa sostare pure se piove, che ci si possa fermare un attimo anche col tempo cattivo.
Le case sono poco lontane, verso Est, sul versante che ha appena mutato orientamento piegandosi deciso a Sud, ed è per questo che sono sorte lì. Meno rocce e più terra, a far vivere prati e, in un tempo lontano, campi.
Dovevano essere tanti a vivere in quel luogo. Perché tante sono le case, addossate le une alle altre, come sempre nei villaggi alpini, ma qui sono più fitte, con una geometria che sorprende chi viene a vedere, con attitudine innata ad occupare gli spazi nel modo migliore, e non ne esiste un altro: come le note in una sinfonia che, se le sposti anche di poco, scopri che non va bene e che quella non è più una sinfonia.
Le gradinate la fanno da padrone in quel luogo cresciuto in verticale, e dove non c’era spazio per i gradini, impediti dalla roccia viva della terra che affiora potente, quei gradini li hanno scavati, nella pietra, scolpiti; incuranti della fatica che sarebbe poi occorsa per superarli.
Alcune casette sono ancora vive, non abitate ma si vede che qualcuno si prende cura di loro.
Altre, quelle più in alto, sono rimaste sole, nessuno più le riscalda; senza più vita, sono piaciute ai cespugli e agli alberi, che lentamente ne stanno prendendo possesso.
Forse quelle case non hanno più nessuno, forse chi le animava è anziano, le sue forze sono sbiadite, e pure le speranze, o forse se n’è andato lontano.
Aggirarsi tra quelle case stanche, dove pure qualcuno cura i passaggi stretti e aggrovigliati a recare sorpresa a ogni svolta d’angolo di muro, è come visitare un museo; che non costa nulla; non occorre nemmeno la mascherina sul viso in questi tempi grami di verme; basta andare. Ma in fretta: il tempo non ha pietà per le cose dell’uomo quando lui le lascia, perché sente che più non le ama; allora cancella e nasconde, offre rifugio a piante e animali, e pure, ma soltanto per un po’, ai pensieri di chi il museo si reca a visitare.
Su in alto, in punta alla strada che parte da presso l’ospedale, dopo i vigneti e dopo i boschi di querce e castagni.


clicca sulle immagini per ingrandirle