La Casa nella Roccia

La casa nella roccia

La casa nella roccia

Le arrivi addosso senza accorgertene, a quella casa; seguendo la strada quasi in piano che nessuno percorre mai e che la natura ha coperto col suo mantello più bello, di aghi di pino e di steli radi nel sottobosco.
Non la vedi quella casa perché l’hanno costruita abbracciata a una roccia. A Porte, La Balma, su in alto, sulla sinistra del Chisone, non lontano dallo sbocco della valle.
Hanno intessuto i muri attorno alla grande pietra, quasi a coprirla. Muri di pietre e terra fine, setacciata per farla simile alla malta delle case dei ricchi. Terra a tratti rosso arancio, del colore dei suoli più antichi, più fertili, più amici dell’uomo, capaci dei frutti migliori.
Una porta aperta introduce in una stanza con la roccia per parete di fondo; sopra, limitato da un grezzo graticcio di grossi rami, il posto per il fieno. A fianco, piccola, la stalla. Massimo due mucche lì dentro, in estate.
Gente povera, come quasi tutta la gente della valle. Povera e sapiente, per cavare dalla terra il necessario e vivere forse in serenità.
Per gli uomini una stanzetta appena, per tutto, mangiare e dormire, sopra la stalla, non più raggiungibile; piccolo rifugio per le notti di pioggia, per pasti semplici sempre uguali.
Il tetto è la continuazione, e vi poggia, della grande roccia. Ma non porta nemmeno un comignolo.
Non c’era furnel, caminetto, in quella casa?
Oppure è caduto e non l’hanno sostituito; le odierne genti hanno dimenticato l’arte del costruir di pietra.
Fuori c’è uno spiazzo, con un po’ di steccato fatiscente a impedire di cadere nel vuoto verso la comba, il ruscello, dove termina la roccia sovrana di quel luogo che ospita la casa. A rendere piana la superficie, un po’ di muretti per contenere la terra livellata.
La meraviglia più grande di quel luogo alto sopra Porte, però, è un fontanella. Sotto lo spiazzo, a occidente, verso la comba. Un filo d’acqua vergine, condotto oggi da un tubetto nero di plastica che la porta alla luce dal ventre della montagna.
Attorno alcune pietre lavorate costituivano il catino dei vecchi padri. Tutto immerso nelle foglie secche del trascorso anno, ovattato, a proteggere e imballare quegli stanchi sassi che tante mani hanno viste giungere coperte di terra e ripartire vestite soltanto di induriti calli. Foglie per conservare nel tempo la reliquia e deliziare gli occhi.
Non basta. Poco a lato, sul lembo meridionale della grande roccia, su un piccolissimo tappeto di bosco sostenuto anche lui da un breve tratto di muretto, alcuni campanellini. Fioriti ora al morire del freddo.
Fioriti per bucare di bianco splendente quel luogo ancor colmo dei marroni dell’inverno; fioriti a onore degli antichi padri, capaci di rivestire una roccia per farne un nido umano.

La casa nella roccia

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