Rubergio

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I nomi dei "pica pere"
I nomi dei “pica pere”

I tetti di un villaggio, visti dai tetti, rivelano un mondo che da terra non si può immaginare.
Puliti e lucidati dal vento, sembrano un mare; con le lose tutte in fila a far da onde, increspate dalle ombre di una fila su quella che segue e di un’altra su quella che precede. Un mare che non c’è ma che somiglia all’acqua mossa dal vento.
Sono le lose il segreto della meraviglia. Pietre larghe e lunghe e sottili, che in natura non sono.
È l’uomo a dar loro vita, con sapienza e costanza.
È difficile dominare la pietra e volgerla alle forme che servono per il mare sui tetti, a farne lose, per coprire le case e i comignoli e tutto.
Senza lose non sarebbero tetti, e non sarebbero case; senza lose non sarebbero comignoli, e senza comignoli non sarebbe calore e non sarebbe nulla. Le case sarebbero pietre soltanto, pesanti e fredde, senza cuore a pulsare.
C’è un luogo a Pramollo dove le lose vedevano la luce. Luogo di pietra bello come difficile è immaginarne di meglio: Rubergio.
Lì la roccia veniva spaccata, staccata dalla terra a farne pietra, e dopo l’arte dell’uomo la modellava a lose.

Rubergio
Rubergio

Rubergio è un balcone alto presso il cielo. Da lassù le lose volavano su filo d’acciaio di teleferica a Sappè e poi, in groppa a slitte, viaggiavano oltre e giù, a coprire decine di tetti, i tetti di Pramollo, che da Rubergio appaiono lucenti e tutti uguali, fratelli, essendo figli della stessa madre roccia.
Si legge poco, oggi, alla cava, dove soltanto cinquant’anni fa il tempo era scandito dal suono degli scalpelli e dei martelli, dalle voci colorate dei pica pere, degli scalpellini.
I resti di un vagoncino per smaltire il materiale di scarto sono la prima traccia che accoglie il visitatore. Poi, buche fasciate d’erba, brughi e mirtilli, senza apparente scopo, indicano dove le lose venivano alla luce. Ecco un rifugio piccolo piccolo, per gli attrezzi: resiste al tempo, con orgoglio. Intanto lo sguardo spazia. Da Rubergio la vista si spinge al confine del mondo delle rocce, nella foschia di pianura, dalla parte dove sorge il sole.
Sull’orlo di quel balcone, eterni scolpiti nello gneiss, i nomi degli padri delle lose, compresi quelli d’arte: “Il Bersagliere”, “Long Ern.to”, “Long Enrico”, singole lettere, segni nascosti o strani; nomi di uomini comuni, fieri del loro lavoro capace di sottrarre alla pioggia le case e gli affetti umani. Fieri e uniti.
Perché oltre ai nomi, leggiamo quando sono nati, e quando non son più stati; l’ultimo numero l’hanno scritto gli altri, i parenti, gli amici. I colleghi. Per onorare, per ricordare.
Fa riflettere oggi tanta cura, tanta attenzione, tanto rispetto, per gli uomini e per il loro lavoro.
Rubergio non è soltanto una cava di pietra, è un luogo alto presso il cielo per pensare.
Dovrebbe andarci chi con indifferenza gioca coi destini delle Genti: in silenzio, a meditare.

(collaborazione Stefano Long)

Pramollo da Rubergio
Pramollo da Rubergio

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