Le mucche e la bambina

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Da bambina ho sempre avuto un certo timore che sfociava talvolta in terrore delle pacifiche mucche che pascolavano nei prati. Incurante dell’avviso di mia madre che mi ricordava che le vacche sono erbivore io mi tenevo alla larga da loro, immaginando cariche da corrida e accerchiamenti di bestie inferocite.
Ora mi rendo conto di quante emozioni positive mi sono persa dall’incontro con questi splendidi animali.
Le vacche che ruminano sul ciglio di una strada di montagna, sonnacchiose e appena curiose del tuo arrivo sono un inno al saper cogliere gli attimi di tranquillità senza l’assillo del dover fare.
Guardo con occhio d’ammirazione coloro che sanno prendersi cura delle vacche, che comprendono le loro pene e le amano di quell’amore fatto di gesti opportuni nel momento del bisogno.
Per anni in classe ho avuto un’alunna che mi parlava delle sue mucche. Ognuna aveva un nome, per ognuna c’era un racconto. Questa bimba conosceva il momento doloroso del parto delle vacche a cui segue l’attimo infinito di amore verso la propria creatura.
Le parole della mia alunna le ho sempre custodite nel cuore con l’invito a un’osservazione più attenta delle mucche che la bambina mi ripeteva più volte.
Nel silenzio di una strada di montagna con la fatica che si fa sentire nella pedalata più lenta, percepire l’odore inconfondibile delle vacche al pascolo, il suono dei campanacci, i muggiti è una gioia che ti invade il cuore, che ti fa alzare gli occhi verso l’azzurro del cielo e ti fa benedire quella natura meravigliosa che sovente non riesci a vedere tra le nuvole della vita frenetica e virtuale che ci avvolgono.
(C. Reymondo)