Così si crede…

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La barba del ‘Framasun’

I Framasun erano entità sovrannaturali maligne che tormentavano le genti 100 o 200 anni fa. Tipici del vallone del Gran Dubbione. Pinasca.
Ma erano ovunque, anche lontano dal vallone, in terre d’altre valli, se pur con nomi diversi: masche, spiriti o semplicemente fantasmi, o streghe e stregoni. Ogni terra aveva i suoi.
Oggi sono scomparsi, o almeno così si crede…
C’è un sentiero molto bello che, partendo da Serre Moretto, sulla sponda meridionale del bacino del Gran Dubbione, conduce al rifugio CAI dei Fornetti.
Si parte dalla chiesa, si passa accanto alle case e, per un tragitto quasi pianeggiante immerso in grandi alberi, si giunge al rio per poi salire verso l’alto della valle.
Presso le case, nel cavo di un antico castagno, qualcuno ha disegnato un allocco, un gianavel.
Anche lui, in quanto parente delle civette, fa parte del mondo degli spiriti.
Per un attimo ci sorprende e, senza saperlo, ci introduce la giornata.
Gli alberi lungo il sentiero sono molto grandi. Castagni soprattutto e qualche quercia. Coprono tutto e nonostante siano spogli per l’inverno, impediscono allo sguardo di uscire. Fino a una grande pietra a balcone, a fianco del sentiero. È alta abbastanza per superare la chioma degli alberi e, finalmente, salendoci, si libera la vista.
Di fronte, al di là dell’acqua, emerge una grande roccia, strana. Arrotondata sulla sommità e attorcigliata nel corpo, segnata da grandi rughe, con un pinetto coraggioso che le penzola dalla fronte, a sinistra.
Non è sola. Sparse sul versante, più su e più lontano, svettano sul bosco altre rocce solitarie. Alcune simili a obelischi, altre a fortezze o castelli diroccati. Altre ancora a forme umane stilizzate.

La roccia attorcigliata

Tutte con forme strane e fuori luogo in quel luogo, almeno secondo quanto suggerisce la ragione.
Proviamo a immaginare la scena quando in questi posti scende la nebbia, o quando nevica fitto e la vista s’accorcia; o nelle notti di luna, quando le ombre assumono forme inusuali, quando i suoni dell’acqua o il sospiro del vento diventano giganti.
Le immagini che si affaccerebbero alla mente non sarebbero forse tanto difformi da quelle dei Framasun, o delle masche. Un nonnulla ci farebbe sobbalzare.
Quel che mancherebbe alla realtà verrebbe dalla fantasia, e in quelle forme indistinte, in quelle ombre inusuali tutto sarebbe possibile scorgere.
Anticamente in queste terre c’erano le carbonaie. Perché trasportare la legna pesava assai più che trasportare il carbone.
Le carbonaie rimanevano accese per settimane. Lasciando trasparire lame di luce e di fuoco, lingue di fumo, crepitii della legna che ardeva. Anche di notte. Atmosfere inquietanti.
Le leggende e i miti, le superstizioni, hanno sempre radici reali. Soltanto successivamente mutano in espressioni che poco hanno in comune con la realtà. Se poi entra in gioco il racconto, la parola passata da persona a persona, con ciascuna che l’arricchisce di qualche particolare, allora tutto è possibile. Anche la nascita, la presenza e l’azione dei Framasun.
Mentre pensavamo queste cose sforzandoci di immaginare le scene notturne, di neve fitta o di nebbia, di carbonaie accese e fumiganti, ecco alla nostra sinistra, appena sopra il sentiero, un grande faggio circondato da altri un po’ più piccoli. Come si conviene a un sovrano coi suoi cortigiani.
Sotto il monarca, giù per la riva, uno scroscio di radici, fitte ramificate a cascata, come un’immensa barba incolta.
E se fosse la barba di un Framasun? ci siamo chiesti. Sorpreso dal giorno, immobile in attesa della sera per raggiungere nottetempo le sue regge rocciose e spaventare chi dovesse passare da quelle parti?
Per questo prima abbiamo detto: i Framasun oggi sono scomparsi, o almeno così si crede…

Il ‘gianavel’ di Serre Moretto

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