Lui il luì

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(Immagini di F. Rostagno)
Quando si parla di luì, senza specificare ‘piccolo’, chi non lo conosce rimane perplesso.
Che c’entra un pronome personale con il discorso che stiamo facendo, pensa. E, soprattutto, lascia perplessi quell’accento finale: dovrebbe cadere sulla u e non sulla i a fare ‘ì’.
Dubbi leciti se si ignora che si sta parlando di un uccellino piccolo piccolo, quasi come uno scricciolo, che della piccolezza, infatti, è simbolo.
Il luì piccolo – Phylloscopus collybita per i sapienti – è uno dei rappresentanti più piccoli dell’avifauna italiana: undici centimetri di lunghezza, diciotto di apertura alare per un peso forma attorno ai dieci grammi, anche meno. Poco oltre una grande farfalla, insomma.
Vive dalle nostre parti tutto l’anno, anche se fa degli spostamenti stagionali spesso notevoli, ma è in inverno che lo scorgiamo perché, frequentatore assiduo dei cespugli, quando in estate ci sono le foglie è praticamente invisibile. Vivacissimo, si muove continuamente alla ricerca di qualche insetto o suo resto, salticchiando di rametto in rametto; non si ferma mai, non ne ha il tempo se vuole nutrirsi abbastanza da poter affrontare i rigori del freddo.
Ma le meraviglie del luì piccolo sono ben altre. Una riguarda addirittura il Buon Dio che, quando l’ha creato, prima dell’uomo come ben si sa, ne è rimasto talmente contento da dirsi, tra sé e sé: quant’è bello, quasi quasi ne faccio un altro… Nacquero così il luì grosso, il luì bianco, il luì verde e altri meno noti.
Tutti diversi, penserete voi: il nostro sarà il più piccolo, quell’altro sarà invece grosso e grasso, quello bianco candido, quello verde color erba e via immaginando.
Invece no. Sono praticamente tutti uguali!
Per fortuna da noi in inverno c’è soltanto il piccolo, essendo gli altri migratori, e allora il gioco è facile.
Ma in primavera come si fa a distinguere due o tre uccelletti all’apparenza uguali? Dal canto, basta avere buone orecchie e ascoltare.
Il luì piccolo fa ‘Cif- ciaf, cif-cif-ciaf’, facile da ripetere e caratteristico, tanto che gli ornitologi lo chiamano amichevolmente ‘cif ciaf’.
Quello verde fa un suono che somiglia a una moneta che ruota su un tavolo, mentre quello bianco emette una cascata di note, avvinghiate tra loro, impossibili a trascrivere, a modellare un canto che non è confondibile con altri.
E quello grosso? Anche qui non riusciamo a trasporre nessun suono, ma pure lui è tanto caratteristico che ascoltato una volta non si dimentica più.
Provare per credere.
Come mai tante difficoltà, quasi preparate ad arte?
Perché il Buon Dio, oltre che impareggiabile costruttore, quando lavora – lavorava dovremmo dire, perché il mondo e assieme a lui i luì, li ha fatti moltissimi anni fa – si diverte, e a volte è pure un po’ burlone. Così, sapendo che a breve avrebbe creato l’uomo e quindi anche gli ornitologi, per farsi quattro risate, ha pensato di metterli in difficoltà se mai si fossero interessati ai lui, ai Phylloscopus.
E se il Buon Dio gioca, non possiamo che stare al gioco. Imparandone le regole. Cioè ricordando che i luì sono tutti uguali, che bisogna contare fino a mille prima di sbilanciarci sul loro conto, che in inverno l’unico luì è quello piccolo e che in primavera fa ‘Cif-ciaf’, che quello verde sembra una moneta, che gli altri hanno un canto unico non confondibile con quello di altri uccelli.
Un’ultima cosa.
Non perdete tempo se volete scoprire i luì.
Grazie alla nostra fame di sviluppo sostenibile soltanto per finta, alla nostra ingordigia, alla nostra indifferenza verso l’esistenza degli altri viventi, alla nostra ignoranza, questa si globale, grazie a tutto questo, i luì sono diventati rarissimi.
Se non interviene nuovamente il Buon Dio, in fretta, questa volta non per gioco ma per metterci un po’ di sale in zucca, dei luì si perderà pure il ricordo, oltre al canto che serve per distinguerli.
E sarebbe davvero un peccato.

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