La targa del Sangle

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Il Sangle è una borgata di San Germano Chisone che sembra appartenere a Pramollo, perché vi si giunge passando da lì e sorge sotto la Vaccera, aprendosi al Vallone della Gran Comba. Anche il Monte La Buffa, che incombe sul Sangle, è in territorio di S. Germano, ma il contesto induce il visitatore a non vederlo.
Al Sangle ti senti a Pramollo.
Questa confusione in tempi antichi non c’era, perché per giungere al Sangle i sentieri salivano dritto da sotto, da S. Germano e soltanto alcuni arrivavano da Pramollo.
La vista che s’offre al visitatore è bellissima. Diretta e indiretta. Perché se da lassù si scorgono le valli, del Chisone, del Gran Dubbione che si snoda dal Tagliaretto verso l’alto vallone e dall’altra parte la pianura, apparentemente vicina tanto da poterla toccare, altrettanto da tutti questi luoghi si scorge il Sangle, oggi con un grande abete che lo distingue.
Con la neve lo spettacolo è ancora più bello. Splendido.
Lo stesso spettacolo s’offriva agli umani secoli fa. Migliore, perché l’aria pulita consentiva di vedere meglio, dove vivevano genti che di rado s’incontravano. Genti che a volte si odiavano per motivi religiosi, che parlavano, pur così vicine, linguaggi diversi. Quelle genti ammiravano lo stesso paesaggio che ammiriamo noi oggi. Privo di fili in aria a inciampare il volo degli uccelli.
Fa riflettere pensare che quello che vediamo adesso lo hanno visto altri cento anni fa e altri ancora lo vedranno tra cento anni. È l’essenza del tempo, che corre indifferente alle vicende umane. È un suggerimento silenzioso per dirci che contiamo poco, anche se tutti assieme siamo capaci di grandi cose.
A volte brutte.
Lo ricorda una lapide su un muro, una targa di marmo, a fianco del cartello ‘Sangle’, entrando nelle viuzze tra le case.
Capucci Aldo – vi è scritto – classe 1925, caduto 16.6.1944.
Quella targa non dice che Aldo era un Partigiano, un ragazzo, che è stato assassinato dai nazisti e dai repubblichini; non dice che assieme a lui è stato trucidato un civile, Silvio Reynaud, classe 1911, orfano di padre morto nella ritirata di Caporetto.
Non dice, la targa, che Silvio era figlio della terra di Pramollo e che Aldo era siciliano.
Quel giovane uomo e quel ragazzo oggi riposano assieme nel cimitero cattolico di Rue, Pramollo, vicino alla Chiesa Cattolica; nell’angolo a sinistra appena entrati.
Avevano visto il cielo che vediamo noi, i paesaggi di cui abbiamo parlato. Come noi. Uguali, a noi e tra loro.
Quella targa conosce il correre del tempo ed è lì per ricordarlo, perché non si dimentichi, perché tanto male non ritorni. È carezzata da un mazzolino di fiori fasciato di Tricolore. Semplice e terribile.
Quella targa non sa, invece, che nella morte un ragazzo e un giovane uomo, uno siciliano e uno piemontese, uno Partigiano e l’altro civile, sono uguali, e tutti e due andrebbero ricordati.
Perché affacciati da poco alla vita e ai paesaggi che si vedono, ancora oggi, dal Sangle.
Quella targa dovrebbe essere simbolo dell’unione delle genti contro un male comune.
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