I ‘bari’ e la neve

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Che la neve cambi il mondo è cosa nota. Lo cambia perché ne uniforma il colore, perché nasconde le cose brutte e evidenzia quelle belle, perché fa dolci gli spigoli così che nessuno, cadendo, possa farsi male. Quando eravamo bambini la maestra ci spiegava che la neve è la coperta del frumento, e che se non nevicasse non ci sarebbe grano e quindi pane. E via raccontando, di cose più o meno vere, ma tutte belle da far sognare.
Una cosa invece è meno nota. La neve ha la capacità di mostrare, di rendere evidente, quanto in condizioni normali non vediamo, o vediamo poco, tanto da non curarcene.
Parliamo dei bari.
In italiano questo termine indica i giocatori, in particolare quelli di carte, disonesti; brutto termine, brutta gente. In piemontese e in patois, invece, bari sta per terrazzamento: l’invenzione che ha permesso all’uomo di vivere in montagna.
I bari sono muri a secco costruiti esclusivamente con pietre, a volte alti anche alcuni metri che, riempiti di terra dal lato verso la montagna, permettono di ricavare uno spazio quasi orizzontale, una terrazza, generalmente lunga e stretta. Buona da coltivare.
Quasi orizzontale, perché se quel terreno per così dire artificiale fosse veramente piatto, riceverebbe meno calore dal sole; per questo la terra dei bari era un po’ inclinata a favore dei raggi, che il terreno fosse più caldo e più fertile. L’inclinazione permetteva inoltre di limitare un po’ l’altezza dei muri, costituiti da pietre anche molto grosse: con quelle l’opera era più stabile e si guadagnava velocemente in altezza.
Molte di quelle pietre lasciano stupiti per quanto sono grosse: come hanno fatto a spostarle, a metterle in quella posizione, ci si chiede.
Certamente le prendevano più in alto, ed era quindi più agevole farle scivolare al loro posto, ma questo non toglie nulla alla meraviglia che tanto lavoro suscita in chi osserva.
Opere ecologicamente sostenibili, capaci, in aggiunta al loro scopo primario di creare suolo coltivabile, di drenare il terreno impedendo il dilavamento e il ruscellamento, causa prima di frane e smottamenti.
Oggi i bari sono quasi tutti abbandonati. Spesso nel corso di operazioni di esbosco, in assenza di leggi che li proteggano, vengono distrutti con indifferenza e non ripristinati. Uno scempio.
Oggi i bari sono dimenticati, il loro terreno fertile è occupato dal bosco, e da lontano sono invisibili, perché mostrano soltanto la faccia verticale, che ha lo stesso colore della terra.
Con la neve il loro mondo cambia aspetto. La faccia verticale rimane identica, perché la neve non si posa sulle pareti, ma il terreno retrostante appare bianco: tutto il fianco della montagna è bianco, attraversato da tante sottili strisce scure, i muretti dei bari.
Soltanto allora ci si rende conto di quanto vasto e grandioso fosse il mondo dei terrazzamenti. Da coprire versanti interi.
Quello che vediamo normalmente come un fianco uniforme della montagna, verde o marrone a seconda delle stagioni, con la neve appare tutto striato, a testimoniare un lavoro immenso, oggi impensabile, per ricavare un po’ di cibo.
Grazie neve che ci fai vedere cose nascoste, che ci mostri i segni della nostra storia nemmeno tanto lontana.
Noi, dal canto nostro, dovremmo rendere omaggio a quelle opere murarie semplici ed ecologicamente sostenibili, a chilometri zero, come usa dire: non per nostalgia ma per trarne insegnamento, per ricordare che da lì è giunto il pane che ha condotto fino a noi.
Dipendesse da noi, faremmo un monumento ai bari e a chi li ha eretti.
Dipendesse da noi insegneremmo a costruirli ai bambini; si divertirebbero e imparerebbero a maneggiare qualche attrezzo semplice.
Dipendesse da noi, all’ingresso delle valli porremmo un cartello con su scritto: terra cresciuta col pane dei bari. E tutti potrebbero sapere chi siamo e da dove veniamo, tutti potrebbero conoscere la nostra anima profonda.
Chissà che non ne deriverebbe un po’ di rispetto.


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