Comune o alpestre?

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Fin oltre i 1000 metri di quota, specie sui versanti più esposti al sole, la neve sta retrocedendo. Rapidamente. Anche se ogni tanto, a sorpresa, riceve qualche rinforzo, ma patetico: non ha forza, non serve a nulla, salvo che per rendere magnifico il paesaggio per qualche ora, prima che il sole o la pioggia impertinente lo cancelli e ce lo sottragga agli occhi.
Nel bosco l’aria è umida, sa di primavera anche se non è vero, e il silenzio è sovrano. Nemmeno un piccolo rumore, non un fruscio, neanche una vibrazione; il vento dorme; non c’è nessuno, e se c’era è fuggito silenzioso al nostro arrivo, complici le foglie che, pressate dalla neve e ammorbidite dall’acqua, non mandano un crocchio nemmeno se ci ballate sopra.
È in queste condizioni che a un tratto, con la coda dell’occhio, cogli un movimento. Dalle parti di quel tronco… Ma sarà vero o è soltanto una sensazione? Controlli attento e non c’è nulla. Continui ad andare ed ecco ancora l’impressione: questa volta ti fermi quanto basta, e scopri che il movimento sul tronco c’è davvero. E ne scopri anche l’autore: un piccolo uccelletto dai modi strani che va a spasso sul tronco di quel castagno come la gravità fosse cosa che non lo riguarda.

Rampichino comune – Foto F. Rostagno

È un rampichino, quello comune, dal terribile nome per eruditi che suona come Certhia brachydactyla.
Comune, recita il nome volgare, ma non lo è affatto, e incontrarlo non è ventura di tutti i giorni. Comune per distinguerlo da quello alpestre, Certhia familiaris. L’uno vive più in basso e predilige i boschi di latifoglie, l’altro soggiorna a quote maggiori e ama le conifere.
Entrambe, alla ricerca di insetti, salgono lungo i tronchi a spirale, nascondendosi sul lato opposto a noi se li disturbiamo e, giunti in cima, volano alla base di un altro albero per ricominciare. Le differenze tutto sommato finiscono qui, e in inverno quando dall’alto gli uccelli migrano verso il basso, i due rampichini hanno buone probabilità di incontrarsi, per la gioia degli ornitologi che non osano azzardare riconoscimenti, e pure per quanti scrivono di loro, sedendoli sulle spine per il timore di sbagliare e di prendere, come si dice, ciò per broca, chiodo per sellerina.
Le differenze ci sono, intendiamoci, ma sono talmente lievi che è come non ci fossero.
Quello alpestre è un po’ più chiaro, ha il sopracciglio bianco più evidente, alcune piccole penne dell’ala con bordo bianco più marcato. E via poetando. Nulla, appunto.
Occorre affidarsi al proprio santo per riuscire nell’identificazione, ma ce la si può fare.
Il nostro è quello comune.

Rampichino comune – Foto F. Rostagno

Il becco, lungo e sottile, è la sua forchetta per mangiare; gli serve a scovare insetti nelle fessure della corteccia degli alberi, loro resti o uova. In inverno la mensa è povera, il convento è tirchio e bisogna accontentarsi. Per gli insetti grassi e succulenti bisogna aspettare.
Il nido lo prepara in piccole cavità naturali degli alberi. Gli basta poco, essendo lungo una dozzina di centimetri appena. Qualche rametto e un po’ di muschio messi assieme alla belle e meglio, e la casa è pronta.
Potremmo continuare a raccontare, ma non aggiungeremmo nulla.
Se lo incontrate, fate attenzione se dalla cima di un albero vola alla base di quello vicino. Se è così, è lui.
Volete anche capire se è comune o alpestre? Allora tenete a mente che a Porte o a San Germano probabilmente è quello comune e che a Pragelato si tratta dell’alpestre, cercatevi un santo e ricordate che il riconoscimento è secondario; quel che conta è incontrarlo questo particolarissimo uccelletto, un tesoro alato prezioso, unico, da portare stretto nel libro dei ricordi.