Ciao al Col Basset

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Pochi chilometri a valle di Sestriere, sulla dorsale montuosa che divide la Val Chisone dalla Valle di Susa, s’apre il Colle Basset, un tempo regno di pace e silenzio come soltanto sulle montagne più alte si può scoprire, oggi imbandierato da mille strutture per lo sci e per lo sport. Lo sviluppo della montagna.
Col Basset è comunque bellissimo.
Un po’ più in basso di quando la strada porta il visitatore che giunge dalla Val Chisone a spingere lo sguardo sulla nuova valle mentre lascia la sua, Col Basset incanta il visitatore e ne incatena lo sguardo, sulla brulicante Val di Susa e sulle montagne altissime che le stanno dietro, ai confini con la Francia.
Sulla destra un monumento, rifatto da poco visto che non pare toccato dal tempo e dalle intemperie, regine di quel luogo spazzato dal vento.
Un monumento a ricordo della Resistenza e di dodici ragazzi che su quelle cime hanno perso la vita.
I loro nomi sono scritti uno sopra l’altro, a formare un pila snella verso il cielo, come la pietra che li ospita, e non sai se si legge dal basso verso l’alto o viceversa; mentre ci pensi il vento ti schiaffeggia forte; lì non si ferma mai, quasi a ricordare che non stai sognando, che quello che vedi è reale, che quello non è momento di pensieri leggeri.
Davanti a te sono i nomi di dodici ragazzi, veri, esistiti, vissuti, che parlavano la tua stessa lingua, che vedevano le stesse montagne che vedi tu ora, che speravano nel futuro per il quale si battevano affinché fosse migliore, per loro e per i figli.
I figli siamo noi.
Quella stele non è soltanto fatto storico. È fatto umano. Ricordo d’una tragedia. Ricordo, per non dimenticare e non s’abbia a ripetere tanto scempio.
Un rumore forte ci scuote.
Dalla strada alle nostre spalle giunge dalla Val di Susa un gruppo di motociclisti.
Si fermano sul colle.
Scambiamo due parole; si fa per dire, perché la nostra conoscenza della lingua teutonica è nulla, e di quella inglese quasi.
Sono tedeschi, giovani, gentili, sorridenti; anche loro schiaffeggiati dallo stesso vento che ha infierito su di noi. Incontro breve. Ci salutiamo: anche se non ci si capisce basta un sorriso, e un ‘ciao’, magica parola del nostro paese. Universale.
Pochi minuti e tutto e nuovamente silenzio, nuovamente siamo preda del vento e ce ne sottraiamo.
Soltanto allora un pensiero ci coglie e ci addolcisce il cuore.
In quel luogo dove tanti anni prima si scontrarono a morte ragazzi appartenenti alle stesse nazioni cui appartengono le persone che si sono salutate qualche istante fa, Italia e Germania, in quello stesso luogo, oggi, un vecchio, figlio di quei ragazzi, incontra i nipoti di quegli altri: sorride e riceve sorrisi, si scambiano la magica parola, ‘ciao’, che, per chi non lo sapesse, vuol anche dire ‘pace’, e pure ‘fratello’.
Dev’essere stato il vento a provocare tanto, a far tanto prodigio. A cancellare d’incanto rancori vecchi di decenni. Senza dimenticare.
È trascorso tanto tempo da allora, da quando i dodici ragazzi guardavano le stesse montagne che guardiamo noi adesso. Forse non è trascorso invano.
‘Pace’, c’è dentro quel ‘ciao’, perché mai più sulle montagne, in luoghi tanto belli da non riuscire a descriverli davvero, possano sorgere pietre a ricordare chi è stato stroncato nella giovinezza.
Mai più, sulle montagne e in nessun altro luogo.
Ciao.