Roca Mourèl

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Occorrono buoni garretti, capaci polmoni e cuore forte per raggiungere Roca Mourèl, in quel di Roure, sulla sponda sud del vallone di Bourcet.
Il sentiero, lasciato quello principale che conduce a Chezalet, Chasteiran e Casette un attimo prima degli Stretti, voltando a sinistra e superando l’acqua del rio, è ripidissimo, a tratti quasi verticale, con gradoni che costringono le ginocchia al petto; ma affrontarlo ne vale la pena. Non soltanto per lo spettacolo che si offre agli occhi una volta raggiunta la meta, ma anche per quanto affianca il percorso.
Prima un bosco di abeti bianchi. Integro.
Accanto alle piante più grandi, giganti, ecco quelle più giovani ma già alte, e quelle piccoline che potrebbero far gola per il prossimo Albero di Natale. Ci sono tutte le età, come conviene ad una comunità equilibrata. Ce la faranno quelle più piccole? Qualcuna si, le più fortunate. Quando cadrà un gigante, per neve, per vento, per frane. Allora sarà lesta ad alzarsi al cielo, e se non saprà farlo, dovrà cedere il passo ad altre che ne prenderanno subito il posto.
Tra gli abeti, oltre alla fortuna, contano i meriti. A differenza degli umani.
Tutti sono dritti verticali, non esistono gobbi e storpi, perché questo non prevede la natura per gli abeti.
Sotto di loro la luce arriva piccola piccola, timida, a non disturbare il silenzio rotto appena da qualche raro uccellino, parco di cinguettii in questa stagione che prelude all’inverno.
Silenzio e profumo. Per impegnare udito e fiuto, per affidare a loro le sensazioni del posto, visto che gli occhi, in quella timida luce, poco offrono al cuore.
Ogni tanto, dove un gigante è caduto, oppure le rocce hanno impedito che vi crescesse, s’apre il sipario di fronde. Appaiono cielo azzurro forte e rocce a picco, pendenze mozzafiato da superare per guadagnarsi lo spettacolo che segue.
Intanto si sale veloci, ogni passo più in alto senza indugiare, quasi in quel luogo fosse d’obbligo la fretta d’arrivare.
Dopo gli abeti, un bosco di betulle. Non sono grandi. Non sono maestose, nessun gigante tra loro: perché stanno su un velo di terra sopra la pietra che regge tutto. Anche loro combattono per crescere, per trattenersi su quel severo pendio, e intanto offrono profumi diversi a chi passa, e immagini mutate, come d’improvviso si fosse entrati in un altro mondo, in un mondo cambiato.
Ogni tanto, verso le rocce a picco che danno sul vallone, ecco grandi faggi, a gruppi, per farsi forza e forse per non soffrire la solitudine in mezzo alle altre piante. A gruppi, come gli anziani a chiacchierare sulle piazze nelle giornate di sole, e come loro indossano abiti belli, i più belli in autunno, in attesa che il vestito successivo lo porga la neve che ormai non è lontana.
Infine la vetta.
Ingombra di segni, di croci e di targhe che ognuno ha lasciato. Per dire che lui, lì, c’è stato.
In questo differiscono gli umani dagli abeti, dalle betulle e dai faggi, che la loro bellezza e bravura la lasciano decidere agli altri senza nulla, oltre a se stessi, mostrare.
Roccia viva il balcone; un gradone aggettante; la cima vera, della montagna, è più su, più lontana, a guardare nella valle del Germanasca. Roccia viva e piatta che impone rispetto, perché indulge sul vuoto e non offre protezione. Vietata a chi soffre del nulla.
Sotto, ai lati lontano, e in alto di fronte, la valle, la valle del Chisone, piena di sole, mollemente adagiata sulle ghiaie e sui massi portate nelle ere dal ghiaccio e dell’acqua.
L’Orsiera, la Cristalliera e le montagne sorelle coronano la vista, fanno sponda al mondo umano là in basso, dove si snocciolano le case e i villaggi, come sparsi per caso: una grande manciata di nidi d’uomo a punteggiare di bianco, e a tratti di rosso dei tetti, la terra che si stringe attorno al torrente e alla strada che fa parlare la valle col mondo.
L’autunno ha tinto le montagne, i prati e i boschi del suo colore da festa, come fanno gli anziani sulla piazza e i faggi sull’orlo del vallone. Si incanta la vista.
Colori di sogno.
Il sole intanto attraversa la valle correndo, acceca la vista offrendo giochi di luce speciali, evidenzia cose nascoste e ne nasconde altre che conosci e non ti riesce di trovare. Per gioco. Perché in tanta bellezza non può mancare la cosa più bella concessa agli umani, bambini, giovani e vecchi intenti sulla piazza a parlare: il gioco, il saper giocare e sognare.
Per questo vale la pena faticare lungo la salita di pietra, in compagnia di abeti, betulle e faggi secolari, per raggiungere il balcone, sopra Roure, da dove si scioglie la vista a cercare i tesori laggiù, dove spesso passiamo senza vedere, senza guardare.

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