La medaglia di Sërvélh

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Serrevecchio è un villaggio di Salza. In lingua locale, Sërvélh. Un gruppo di case importante, da come si presenta al viandante – c’è anche la luce pubblica – posto su un poggio a guardare dall’alto con sufficienza la Val Germanasca e, quasi ai suoi piedi, Rodoretto col suo campanile, che per questo, a sua volta afferma di essere lui il più importante del posto. Ma Rodoretto è di Prali: una linea immaginaria divide le due borgate, e non se ne capisce il perché. Scherzi di geografia umana.
Una borgata bellissima, con un bel nome italiano, Serrevecchio, e ancora più bello in patois: Sërvélh; un gorgheggio, quel nome, un suono melodioso, un accordo di canto. Forse per questo le case sono anche loro belle, amate, curate, con sul viso l’impronta della storia locale, della tradizione, delle radici della gente di quella terra.
La strada per Sërvélh, che parte da Fontane, interdetta al traffico motorizzato come avvisa un cartello, è ripida e severa. Ma oggi non c’è un cristallo di neve, tutto brullo colorato d’inverno, tutto pulito e lisciato dal vento. Si va facilmente.
Ripide scarpate rocciose accompagnano chi sale; fino al villaggio, dove la terra improvvisamente s’apre e spiana, per un breve spazio, quanto basta a ospitare le case. Fatto apposta per loro quello spiazzo.
Facciate bianche e legni in quantità per imposte e infissi. Persino una grondaia è fatta in legno, con le cicogne a sostenerla di maggiociondolo, che duri nel tempo.
Fontane un po’ ovunque, mute in inverno per paura del ghiaccio e perché la stagione è secca da far paura. Qualche scritta occhieggia qua e là, assieme a bande di colore per rendere piacevole la scena, per strappare un sorriso a chi arriva.
Verso Rodoretto una sorpresa: su una pianta davanti a una casa, da lontano si direbbe un ciliegio, una capanna sull’albero. Lì nella bella stagione devono esserci dei bambini e quella casa aerea è il loro gioco più bello. Da lassù lo sguardo spazia lontano, ad avvistare i nemici se giocano agli indiani – quelli delle paludi -, le belve feroci se fanno riferimento a Tarzan. Nel mondo di sogni che spetta ad ogni bambino.
Lasciando le case, in salita verso il Colle di Serrevecchio, eccone un’altra, di sorpresa. Questa volta a terra, sotto forma di totem a indicare la strada per le varie direzioni.
Totem, dunque i bambini sulla loro casetta nel vento giocano agli indiani, non c’è più dubbio.
Parole in libertà, forse sogni, che nascono dove regna il bello, dove nulla graffia gli occhi, dove il cuore è sereno e lascia volare i pensieri.
A proposito di bello…
Attorno a Sërvélh in estate pascolano le mucche, le tracce sono chiare. A monte e a valle.
Ebbene, nonostante quella presenza, non abbiamo visto una sola vasca da bagno, usata ovunque quale abbeveratoio. Salvo sviste, è l’unico posto dove sanno porgere l’acqua alle mucche senza vasche smaltate a pugnalare la vista.
Da solo basterebbe questo, se potessimo, per conferire a Sërvélh una medaglia al merito: per il buon gusto.
A Sërvélh e alla sua gente.


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